﻿LAO-TSU.
...
.
...
TAO TE CHING. LA REGOLA CELESTE.
...
.
...
Titolo originale: Tao Te Ching.
Traduzione e commenti di: Alberto Castellani. 1927.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
In questa pubblicazione, curata dalla Fondazione Ezio Galiano, abbiamo voluto riportare il testo essenziale dell'immortale Tao Te Ching, nella traduzione con commenti di Alberto Castellani edita nel 1927, evitando chiose, note e quanto altro necessario al fine di renderne scorrevole ed agevole la lettura e la comprensione, mantendone però integralmente la profondità e la bellezza.
...
.
...
IL TAO TE CHING.
..
.
..
PARTE PRIMA.
...
.
...
1. IL PRINCIPIO.
...
Il Tao che può essere detto Tao, non è l'eterno Tao. Il nome che può essere nomato non è l'eterno nome. Senza nome è l'inizio del cielo e della terra e col nome è la madre d'ogni cosa, perciò colui che sempre è senza voglie ne contempla le sue perfezioni ma colui che sempre ha desideri, ne contempla per questo i suoi confini. Ora queste due cose son nate insieme ed han diverso nome. Insieme esse si chiamano il mistero, mistero più profondo del mistero, e son la porta d'ogni meraviglia.
...
.
...
Commento.
...
T'i tao. Letteralmete: Esporre il Tao. Lao Tsu traccia qui con poche parole la sua concezione del "Principio": una forza increata ed eterna era fin da prima: nulla di antropomorfico si deve scorgere in questo concetto ma una forza elementare, cieca, inconscia, perfetta. Siamo al di là del Nominabile dov'è l'Eterno, mentre al di qua del Nominato c'è il mondo della relatività. A questa prima rotta e concisa definizione del Principio, Lao Tsu tornerà altre volte nel corso del suo libro, quasi intuisse la necessità di sempre più chiarire, ampliare ed approfondire la sua concezione e renderla così più accessibile in tutte le sue parti ai profani. La descrizione del Tao elude appunto, per la sua comprensione, qualsiasi tentativo di racchiuderla in una corona di poche parole: anche la parola cinese Tao è un monosillabo che comprende nel significato tutto l'Universo con tutte le sue forme e con i suoi attributi.
...
.
...
2. AUTOCULTURA.
...
Nel mondo tutti sanno che il leggiadro è leggiadro, e perciò sanno il brutto. Tutti sanno che il bene è bene, e perciò sanno il male. Indi l'essere e il non essere si generan l'un l'altro, il difficile ed il facile si completano a vicenda, lungo e corto si foggiano a vicenda, alto e basso s'invertono a vicenda, suono e tono s'accordano a vicenda, prima e dopo si seguono a vicenda. Per questo l'uomo saggio permane nel mestier del non-agire ed esercita un muto insegnamento. Al nascer delle cose non s'oppone, nè del vivere lor prende possesso, del loro agire mai non s'avvantaggia, nell'opera fornita non permane, ed appunto perchè non vi permane, mai non avviene ch'ei ne venga escluso.
...
.
...
Commento.
...
Yang shen. Lettalmente: Nutrire il corpo. Dopo avere esposto in brevi tratti nel primo capitolo l'essenza del Principio, cioè la stabilità, l'unità, l'indivisibilità della legge cosmica, Lao Tsu ha ora uno sguardo alle sue emanazioni e si sofferma a considerare, nelle sue espressioni tangibili, l'alternarsi delle due modalità "Yin-Yang" che con le loro fasi diverse dànno vita a tutto il complesso turbinio delle cause e degli effetti. Con ciò, partendo dagli effetti, pone sùbito la base alla concezione monistica del Tao che permanendo sempre lo stesso, si traduce in una serie d'aspetti i quali paiono e sono antitetici ma che per il loro ritmo stabile mostrano quella parentela che nella vicenda del loro moto intimamente li stringe. Dato questo legame che permane inalterato nel gioco alterno delle due modalità, per il nostro intelletto, dunque, una volta accettata l'idea del bello, è posta necessariamente anche l'idea del brutto, a cui si sbocca senza fallo per quell'intimo collegamento che nelle due fasi, di continuo sovrapponentisi, è come l'invisibile intromissione dell'unità assoluta del tao. Per il Taoista dunque non esistono antitesi che nella accidentalità della forma, perchè egli pensando al tao, cui tutto ritorna per legge, ha esperimentato in sè quella "coincidentia oppositorum" necessaria allo sguardo globale con cui il Taoista perfetto deve guardare l'universo. Lao Tsu pone lo stato dell'uomo primitivo, ignaro del bene e del male, alla pari di chi ha raggiunto la massima coscienza taoista.
...
.
...
3. TENERE IN PACE IL POPOLO.
...
Non dar la preferenza ai più capaci, fa sì che il volgo non faccia loro guerra. Non far stima di cose ardue ad aversi, fa sì che il volgo non divenga ladro. Non veder cosa che si può bramare, fa sì che il cuore non ne sia turbato. Per questo l'uomo saggio, se governa il volgo, ne svuota il cuore e ne riempie il ventre, ne affralisce il volere e ne rafforza l'ossa, sempre fa sì che il popolo non abbia nè scienza nè voglie, fa sì che quei che sa non osi agire. Quando si mette in pratica il non-fare, mai non c'è cosa che non si governi.
...
.
...
Commento.
...
An min. Letteralmente: Pacificare il popolo. Lao Tsu ha nel primo capitolo stabilito l'unità del tao; nel secondo ci ha presentato il mondo reale irto d'antitesi, conseguenza della rotazione cosmica costante yin-yang, che finiscono col conciliarsi in grembo della grande unità (Tao): ora nel terzo ci offre un esempio del come deve procedere il saggio governante per ben condurre gli uomini attraverso questa folta contradizione del cosmo. Il concatenamento logico di queste tre tappe salta agli occhi. Come si è visto sopra; colui che non ha, vede la cosa e la vorrebbe avere; chi è in alto, vede il basso e vi vorrebbe discendere; così il concetto del basso nasce da quello dell'alto, il concetto dell'avere da quello del non avere. Il saggio governante deve aver cura che i suoi sudditi vivano al di là dell'effetto di queste antitesi perturbatrici; egli deve essere sempre inteso a distruggere agli occhi del popolo i termini del contrasto, smussare gli angoli delle apparenze le cui espressioni contraddittorie movono il suo animo e lo conducono alla indisciplina e alla ribellione. Considerato da questo punto di vista qui vi è una regola per tener calmo il popolo.
...
.
...
4. IL SENZA-ORIGINE.
...
Il Tao è voto e nell'azione inesausto, non si riempie se l'adopri. Tanto è profondo che sembra l'avo di tutte le cose. Smussa le proprie asprezze, risolve i suoi grovigli, modera il suo splendore, s'adegua alla sua polvere. Com'è fondo, eppur sembra onnipresente. Non so di chi sia figlio: sembra anteriore a Dio.
...
.
...
Commento.
...
Wu yüan. Letteralmente: Senza origine. È lo sviluppo di un motivo già precedentemente contenuto in germe. Il Tao è come una cosa increata immensa e inesauribile, da cui tutto emana senza svuotarlo ed a cui tutto ritorna senza riempirlo.
...
.
...
5. L'USO DEL VUOTO.
...
Cielo e terra non hanno umanità: trattan le cose tutte come cani di paglia. L'uomo saggio non ha umanità: tratta il popolo come un can di paglia.
Lo spazio tra il cielo e la terra è simigliante a mantice: si svuota ed è inesausto, più si muove e più n'esce.
Troppo il verbo e la cifra son vani, è meglio tenersi nel mezzo.
...
.
...
Commento.
...
Hsü yung. Letteralmente: L'esercizio della vacuità. Qui che non fa che dedurre una conseguenza del concetto naturalistico del cosmo che Lao Tsu ha già più sopra esposto, ha gettato lo spavento in alcuni timorati interpreti occidentali i quali, non riescono a concepire, bontà loro, che possa esistere una forza che al tempo stesso non sia una provvidenza: perciò si sono lasciati sviare dalla vera interpretazione quasi ossessionati dal contenuto satanico dei primi quattro capitoli.
...
.
...
6. IL COMPIERSI DEGLI ASPETTI.
...
L'anima del vuoto non muore. Essa è la misteriosa madre. La porta della misteriosa madre è radice del cielo e della terra, continua e immutabile, nell'opera sua non ha pena.
...
.
...
Commento.
...
Ch'eng hsiang. Letteralmente: Compiere la figura. Questo capitolo si riallaccia nel senso a ciò che precede: i primi versi si riferiscono all'azione del Tao gli ultimi due al Tao stesso. Il vuoto, la parte inafferrabile è secondo Lao Tsu lo spirito che non muore, oltre a essere la parte praticamente efficace. Come la valle il cui spirito è la sua concavità e non i colli circostanti che la formano, così lo spazio medio tra cielo e terra è il teatro della genesi universale.
...
.
...
7. VELARE I PROPRI MERITI.
...
Il cielo dura eterno la terra eterna dura, che il cielo duri sempre che la terra permanga. La causa è che non per se stessi essi vivono, per questo sono eterni e duraturi. Per questo l'uomo saggio pospone se stesso onde se stesso avanza. Esclude se stesso onde se stesso conserva. >on è perch'ei non cerca il suo vantaggio, e perciò può compiere il suo vantaggio.
...
.
...
Commento.
...
.
T'ao kuang. Letteralmente: Nascondere lo splendore. L'esercizio dell'egoismo è secondo Lao Tsu una specie di autodiminuzione: la natura è eterna perchè non si è fatta da sè: l'egoismo tra le forme d'azione umana, è l'azione non solo più cieca ma ancora più perniciosa. Ciò che è in noi, è caduco e l'eterno è solo al di là della nostra persona. Questa proibizione dell'egoismo è uno dei punti essenziali dell'etica di Lao Tsu che va intesa come una logica deduzione del comandamento del Non-fare, in senso religioso.
...
.
...
8. LA FACILE NATURA.
...
La suprema bontà è come l'acqua. L'acqua ogni cosa giova senza contrasto, dimora nei luoghi che l'uomo più oborre, perciò chi sta prossimo al Tao, dimorando trova ottimo il luogo, pensando trova ch'è bene di essere come l'abisso, donando trova ch'è bene d'essere umano, parlando trova ch'è bene di esser verace, governando trova ch'è bene il governo ordinato, oprando trova ch'è bene averne l'ingegno, movendosi trova ch'è bene che il tempo sia quello, ora solo perchè non contende per ciò non ha biasimo alcuno.
...
.
...
Commento.
...
I hsing. Letteralmente: Facile natura. Dopo avere vantato il disinteresse del cielo e della terra, solo ora Lao Tsu propone al Saggio, nell'acqua, un modello di quella imparzialità supina che costituisce la bontà superiore.
...
.
...
9. STARSENE CALMI.
...
Tenere in mano qualcosa eppoi ricolmarla, è meglio rinunciarvi. Trattare qualcosa eppoi tenerla affilata, a lungo non può conservarsi. Una sala piena d'oro e di gemme nessuno la può conservare. Chi ricco e potente inoltre divenga superbo, da se stesso s'apporta rovina, ad opra fornita, a nome compiuto, ritrarsi, è la norma del cielo.
...
.
...
Commento.
...
Yün i. Letteralmente: Promovere tranquillità. Il proposto egoistico apporta struggimento d'animo perchè ti fa imprendere cose o di difficile o qualche volta addirittura d'impossibile attuazione. La rinuncia a una cosa impossibile, val più che il caparbio accanimento a volerla ad ogni modo conseguire: come chi volesse tenere in mano un bicchiere colmo fino all'orlo e non versarlo, o affilata una lama che si deve continuamente adoperare e non smussarla: perchè cosa colma e mano d'uomo che la regga; lama affilata e non continuo logorio sono due contraddizioni di fatto. Volere ogni cosa al suo posto come è stato prescritto dalla natura è l'unico mezzo per conservare la pace ma ciò di necessità inferisce mortificazione d'impulsi individuali.
...
.
...
10. QUEL CHE POSSIAMO FARE.
...
Fare che il corpo e lo spirto s'abbraccino in un solo complesso e non possano separarsi. Far che il respiro ti renda sì tenero e fresco da poter somigliare un infante. Mondato scarta da te le troppo profonde visioni. Che tu possa non averne logorìo avendo cara la gente, governando lo stato possa tu praticare il non-fare. Nel disserrarsi e nel chiudersi della porta del cielo, possa tu essere femmina, comprendendo ogni cosa. Possa esser tu come se non sapessi, nel produrre e nell'allevare, produrre e non possedere, produrre e non conservare, accrescere e non padroneggiare. Questa è la virtù trascendentale.
...
.
...
Neng wei. Letteralmente: Poter fare. Questo capitolo è la passione degli interpreti: i migliori hanno dovuto errare non per loro colpa ma perchè il Taoismo non era allora conosciuto integralmente come è oggi. Primo accenno all'endogenesi dell'anima eterea per mezzo della respirazione. Il resto del capitolo predica il non intervento sotto diverse forme, mentre il suo principio insegna a come mettersi all'unisono col cosmo.
...
.
...
11. L'UTILITÀ DEL NULLA.
...
Trenta razzi s'incontrano in un mozzo, e in quel che è il suo vuoto sta l'uso del carro. Si tratta l'argilla e se ne foggia un vaso, e in quel che è il suo vuoto sta l'uso del vaso. Si forano porte e finestre per fare una casa, e in quel che è il lor vuoto sta l'uso della casa. Perciò dall'essere viene il possesso, dal non essere vien utilità.
...
.
...
Commento.
...
Wu yung. Letteralmente: l'uso del nulla. Il senso allusivo di tutte queste immagini che sembrano un paradosso è per indicare che nell'uomo ha maggiore importanza ciò che è insensibile e invisibile: l'utilità sua sta in ciò che per occhi superficiali parrebbe la sua lacuna: come nel carro il vuoto del centro, come nel vaso la sua vacuità così nell'uomo saggio i concetti negativi della non-azione costituiscono tutta la sua utilità. Lao Tsu fa scaturire una azione positiva da una apparenza negativa.
...
.
...
2. LA REPRESSIONE DELLE VOGLIE.
...
I cinque colori fan sì che l'occhio dell'uomo s'accechi. I cinque soni fan sì che l'orecchio dell'uomo s'assordi. I cinque sapori fan sì che la bocca dell'uomo s'ottunda. La corsa e la caccia fan sì che il cuore dell'uomo s'imbesti. Le cose rare ad aversi fan sì che l'uomo s'adopri con sforzi nocivi.
Per questo l'uomo saggio è per il ventre ma non è per l'occhio, per quello esclude quello e prende questo.
...
.
...
Commento.
...
Chien yü. Letteralmente: Reprimere desiderio. Si riallaccia nel senso al precedente. Lao Tsu predica qui l'astensione completa da esercizi spirituali e corporali che non possono altro che esercitare usure sconvenevoli sulle due anime "p'o" e "hun" e quindi sull'economia dell'organismo. Reprimere le voglie si può anche distruggendo in anticipo le loro cause.
...
.
...
13. SCHIFAR LA VERGOGNA.
...
La grazia e la disgrazia son simili al timore. La grandezza un gran dolore simile alla persona che vuol dir "grazia e disgrazia son simili al timore".
La grazia è cosa bassa, ottenerla è come temerne. Perderla è come temerne. Ciò è "grazia e disgrazia son simili al timore" che vuol dir: "grandezza è un gran dolore simile alla persona". Ciò per cui ho dolore è perchè io posseggo una persona. Se non avessi persona, come avrei io dolore? Quindi a colui che in grandezza considera eguale a se stesso l'impero, si può confidare l'impero. A colui che in amore considera eguale a se stesso l'amore si può affidare l'amore.
...
.
...
Commento.
...
Yen ch'ih. Letteralmente: Schifare vergogna. Lao Tsu ammonisce qui di astenersi da ciò che ammalia più l'uomo invaghito della carriera. Prospetta con la citazione iniziale una verità che anche agli stessi ambiziosi dovrebbe esser nota. Cioè che il favore e la grandezza sono come due spauracchi per chi li vede con occhi mondi dalla caligine del desiderio, e fonti sicure di dolore come la persona nostra, la nostra personalità la quale costituisce la prima ragione di ogni nostra sofferenza. Da questo capitolo si hanno diverse lezioni.
...
.
...
14. LA LAUDE DEL MISTERO.
...
Si guarda e non si vede si chiama l'invisibile. S'ascolta e non s'intende si chiama l'inaudibile. Si tocca e non si sente si chiama l'impalpabile. Queste tre cose non si possono scrutare perciò confuse insieme fanno una cosa sola. In alto non è chiaro, in basso non è scuro. E' inesausto nè può esser nomato. Risale alla inessenza delle cose. Ei si chiama la forma senza forma e la figura che non ha figura. Esso è l'inafferrabile e il mistero. Se l'affronti non vedi la sua faccia, se lo segui non vedi il suo didietro. Quei che s'attiene all'uso degli antichi, ei governa l'odierna esistenza, può sapere l'origini antiche. Questo è lo stame eterno del principio.
...
.
...
Commento.
...
Tsan hsüan. Letteralmente: lodare il misterioso. Questo Capitolo si riallaccia, nella definizione del Tao al Capitolo 1. Fino a questo punto Lao Tsu aveva seguìto un ulteriore svolgimento del suo concetto i cui germi eran già contenuti nelle prime parole del suo libro: ora, qui, lo svolgersi delle sue idee subisce un brusco arresto; si ritorna da capo, si ripiglia con più insistenza, si svolge con maggiore ampiezza il motivo accennato come in una partitura musicale. Il Tao è una forza che si allontana in tutto dal nostro concetto della forza: anzi in certo modo sembra la negazione della nostra forza ed ha i caratteri opposti a ciò che noi consideriamo comunemente, l'indizio esterno anzi la sorgente di questa.
...
.
...
15. LA RIVELAZIONE DELLA VIRTÙ.
...
Coloro che in antico eran buoni maestri, eran sottili, astratti, profondi e pieni d'acume; tanto profondi da potere esser arduamente compresi. Ora solo perchè non potevano essere intesi, per questo mi sforzo di dare per essi un aspetto. Esitanti erano, ahimè, come colui che d'inverno attraversi un fiume. Cauti erano, ahimè, come colui che tema d'ogni parte i vicini.
Riservati erano, ahimè, come colui che ti è ospite in casa. Indifferenti erano ahimè, come il ghiaccio che sia per disciogliersi. Semplici erano, ahimè, come il legname grezzo. Vacui erano, ahimè, come le valli. Oscuri erano, ahimè, come l'acqua intorbata. Chi può il torbo con pace, purificandolo, lentamente schiarire, chi può la pace con a lungo eccitarla lentamente generare, chi abbraccia questa regola, non desidera d'essere riempito e perciò non è riempito. Perciò può esser piccino, nè azioni nuove produrre.
...
.
...
Commento.
...
Hsien te. Letteralmente: Rivelare la virtù. È una specie di richiamo nostalgico verso la coscienza dei primi esemplari umani: la base di quel continuo ritorno all'antico, all'età dell'oro del popolo cinese, predicato senza tregua dai dottori taoisti. Vi è tracciato anche una specie di scorcio fisionomico interiore in contrasto a quello artefatto dei tempi che già maturavano la rovina della terza dinastia.
...
.
...
16. IL RITORNO AL PRINCIPIO.
...
Quei che raggiunge il massimo del vuoto conserva la fermezza della pace. Tutte le cose insieme hanno nascenza ed io contemplo il loro ritornare. Tutte le cose han florido sviluppo ma ognuna d'esse torna alla radice. Tornare alla sua radice vuol dire riposo. Riposare vuol dir nuovo destino. Nuovo destino vuol dire durare per sempre. Saper l'eterno vuol dire essere illuminato. Non conoscere l'eterno è cecità sventura. Chi conosce l'eterno si sa comportare. Chi si sa comportare è giusto con tutti. Chi giusto è con tutti è il sovrano. Chi è sovrano è simile al cielo, chi simile è al cielo è simile al Tao. Chi simile è al Tao dura eterno e per tutta la vita è fuor di rischio.
...
.
...
Commento.
...
Kuei ken. Letteralmente: Ritornare alla radice. In questo capitolo si celebra la suprema immobilità del Principio. Solo il Tao sussiste uno ed eterno in se stesso: tutte le cose che si sprigionano dalla sua azione alterna [yin - yang] sono destinate a percorrere il loro ciclo per dopo ritornare alla loro radice, [kuei ch'i ken] come vuole la legge universale: ma se le sue diramazioni si modificano e dopo un periodo di floridezza ricadono nel nulla, il Tao resta intatto sotto forma di regola eterna. Qui Lao Tsu accenna indirettamente per la prima volta allo stato di vita e di morte di tutte le creature uscite di grembo al Principio. Anche il saggio taoista quanto più è perfetto, tanto più si avvicina alla divinità del Tao e partecipa dei suoi attributi trascendentali, egli deve essere immutabile come il Principio stesso. Praticando si ottiene questa acquisibile immobilità.
...
.
...
17. IL PURO COSTUME.
...
In antico la gente sapeva che c'era il regnante. Di questo i successori furono amati e lodati, di questi i successori furono temuti, di questi i successori furono disprezzati. Se fiducia non è intera si ha la non-fiducia. Misurate invero erano le loro preziose parole. Il merito perfetto e l'opera aveva successo e le cento famiglie dicevano "noi stiamo secondo noi stessi".
...
.
...
Commento.
...
Shun feng. Letteralmente: Puro costume. In questo capitolo appare evidente l'utopia del governo invisibile: un governo relegato in grembo alla imperscrutabile impercettibilità del Tao, che esercitasse la sua influenza in maniera occulta dall'alto, è sempre sembrato al Taoista il governo ideale. Le arti di cui un sovrano si può servire per dirigere a piacimento la massa, devono essere così minute che chi le subisce non se ne accorga nemmeno. Il governo nella sua armonia deve somigliare all'operare del cosmo: c'è qui un richiamo nostalgico verso l'antichità dove queste virtù fiorivano spontanee. Queste doti d'influenza trascendentale il Regnante le deve aver comuni col Saggio.
...
.
...
18. L'AFFRALIMENTO DEI COSTUMI.
...
Quando il gran Tao fu messo in disparte ci fu l'umanità e la giustizia. Quando apparve accortezza e scaltrezza, allor ci fu la grande ipocrisia. Quando tra i sei congiunti non ci fu più concordia, allor ci fu pietà filiale e amore. Quando il regno piombò nell'anarchia, allora venne fuori il buon ministro.
...
.
...
Commento.
...
Su po. Letteralmente: Pochezza nei costumi. Lao Tsu insiste nel credere che i bei tempi dell'equilibrio universale, durante la prima alba del mondo, siano passati per sempre: nato il gran dissidio tra l'uomo e la sua sorte, la società ormai decaderà senza fallo. I tempi in cui il Maestro viveva gli davano del resto il diritto di pensare così. La decadenza della società ha sempre avuto per conseguenza il bisogno del rimedio tanto meno efficace quanto più desiderato. Così dal polverìo della disgregazione si generò la nube opprimente della convenzione. Lao Tsu si scaglia qui con ironia contro gli appiccicosi empiastri dell'utopismo classico: la "pietà filiale", "la giustizia", "l'umanità", e "il buon ministro" sono per esso "ta wei" "la gran menzogna": il nome invece della cosa, l'inane surrogato di virtù scomparse. E non tanto in quanto che queste non abbiano in sè qualche valore e consistenza di virtù ma in quanto che soprattutto stanno là a ricoprire ciò che manca, abbigliate di specioso inganno.
...
.
...
19. IL RITORNO ALLA SINCERITÀ.
...
Taglia via la santità, gitta via la prudenza, e il vantaggio del popolo sarà centuplicato. Taglia via l'amor degli uomini, gitta via la giustizia, e il popolo tornerà pietoso ed amoroso. Taglia via l'abilità, gitta via il guadagno, e non ci saran più ladri e banditi. Riguardo a queste tre cose ritieni che l'aspetto è cosa monca, perciò fa' che l'uomo abbia a cui s'attenga. Mostra schiettezza attieniti al naturale, abbi pochi interessi e poche voglie.
...
.
...
Commento.
...
Huan shun. Letteralmente: Ritornare alla semplicità. Questo capitolo integra il precedente: là si accennava alla regola morta che usurpa il posto dello spirito vivo; qui si enuncia la norma per liberarsi dall'artificiosità e tornare alla sincerità primitiva.
...
.
...
20. DIVERSO DAL VOLGARE.
...
Getta via il sapere e non avrai tristezza. Tra "wei" e "a" che differenza corre? Tra "bene" e "mal" che differenza esiste?
Quello che l'uomo teme non si può non temere. O deserto, che ancor non hai tu fine, tutti gli uomini son raggianti in viso come al giorno dei grandi sacrifici, come quando si sale in primavera una torre, io solo sono calmo e senza indizî ancora, qual pargolo che ancor non ha sorriso. Io son sempre per la via come quei che non ha dove tornare. Gli uomini tutti hanno oltre l'abbondanza, io solo sono come un poverello. Io ho per vero il cuore d'uno stolto: sono tutto confuso. Il volgo degli umani è illuminato, io solo sono oscuro. Il volgo degli umani è penetrante, io solo son depresso. Son vago come il mare, come quei che non ha dove restare.
Tutti gli uomini sono utili a qualcosa, solo io sono impacciato come uno del contado. Io sono differente a tutti gli altri ma onoro la nutriente genitrice.
...
.
...
Commento.
...
I su. Letteralmente: Diverso dal comune. Non esiste pur troppo per questo capitolo un'unica e accettata lezione del testo. È un punto biografico. Secondo il Wieger il commentatore indigeno che ha meglio colto il senso dell'insieme è Chang Hung Yang. Secondo i commentatori europei il capitolo contiene una critica dei tempi in cui viveva Lao Tsu e un eco del concetto che i contemporanei si facevano di lui. Essi vivevano secondo la materia, Lao Tsu secondo lo spirito: essi erano gli eroi del minuto secondo, Lao Tsu dell'eternità: essi erano felici nella loro angustia ben provvista, come passerotti in gabbia, Lao Tsu intimamente accorato dalla misteriosa immensità intravista, come aquila stanca delle cime. La verità è che la troppa altezza nasconde. Fantasticamente forzato ci appare l'assunto dello Strauss che Lao Tsu abbia avuto da udire simili rinfacci alla corte di Ching Wang.
...
.
...
21. LO SVUOTATO CUORE.
...
Della grande virtù l'apparenza essa segue dappresso. Il principio, la natura del Tao, è indistinta e confusa, o quanto indistinta e confusa, nel suo grembo ci sono apparenze. Ma quanto misteriose e incomprensibili, nel suo grembo ci sono esistenze. Ma quanto profonde ed oscure, nel suo grembo è l'essenza. L'essenza sua molto verace, nel suo grembo è la fidanza. Dal tempo dei tempi fin'oggi, il suo nome non trapassa. Da esso è sorto il principio. Come so che così fu il principio? Da questo.
...
.
...
Commento.
...
Hsü hsin. Letteralmente: vuoto cuore. Lao Tsu torna in questo capitolo con più insistenza sulla definizione del Tao ed insiste qui nell'asserire che tutta la copia della vita empirica, dovuta all'azione del Tao, di continuo pullulante, s'inizia come in una ineffabile penombra crepuscolare per i nostri sensi non atti a percepire l'infinito così che gli appellativi più erti di tutto quel che si riferisce al Tao non possono essere che di indeterminatezza, di ineffabilità e di mistero. Quello che per Lao Tsu importa d'assodare è che in mezzo a tutta questa vaga ineffabilità, esiste la certezza di una immanenza raggiungibile solo dalla nostra intuizione. L'apparente dualismo del "tao" e della sua "virtù" non è che monismo nella cui operazione si può soggettivamente sospettare una diversa modalità d'integrazione.
...
.
...
22. AUMENTARE L'UMILTÀ.
...
Quello ch'è mezzo sarà fatto intero. Quello ch'è torto sarà fatto dritto. Quello ch'è vuoto sarà fatto pieno. Il corrotto sarà rinnovellato. Avere il poco è acquisto. Avere il molto è errore. Per questo il saggio sta in se stesso unito e diviene modello al mondo intero. Ei non mostra se stesso e perciò splende. Non tiene al suo diritto e perciò brilla. Non si vanta e perciò gli è dato vanto. Non si esalta e perciò viene esaltato. E come egli a nessuno ordisce guerra, non c'è al mondo chi faccia guerra a lui. Quel che gli antichi dissero, che il "mezzo sarà intero", son dunque vacue lettere. Tutto invero fa ressa intorno al saggio.
...
.
...
Commento.
...
I ch'ien. Letteralmente: aumentare l'umiltà. Lao Tsu riporta antiche parole in faccia agli uomini novi: molte virtù cristiane vi sono esaltate, avanti Cristo: per es. "umiltà" "remissione" molte altre non-cristiane vi sono condannate, come "l'orgoglio e l'egoismo". Pare che sviluppi il motivo del vangelo: "degli ultimi che saranno i primi". Ma le virtù nel taoista non scaturiscono dalla speranza di un premio ma dalla necessità della sua comprensione. Non c'è secondo Lao Tsu una forza riparatrice che faccia il torto dritto e il vecchio novo ma c'è invece una naturale vastità dove gli opposti si conciliano e le antitesi più non esistono. Il Taoista nella sua intensa contemplazione finisce con l'assimilarsi le virtù del tao.
...
.
...
23. VACUITÀ E INESISTENZA.
...
Colui che poco parla è naturale. Un turbine non dura una mattina, nè una pioggia a torrenti un giorno intero. Chi può far questo il cielo e la terra, perfino cielo e terra non possono eterni durare, quanto meno per quel che tocca l'uomo. Perciò chi segue l'opra sua nel Tao si fa uno col Tao. Chi ha virtù uno si fa con la virtù. Chi ha difetto uno si fa col difetto. Chi s'unisce col Tao anche il Tao gode d'averlo. Chi s'unisce con la virtù, anche la virtù gode d'averlo. Chi s'unisce col difetto anche il difetto gode d'averlo, ma in ciò la fede è poca, anzi c'è la non fiducia.
...
.
...
Commento.
...
Hsü wu. Letteralmente: Vacuità e non-essere. Questo capitolo male inteso, corrotto nel testo da correzioni arbitrarie, predica l'unione col Tao. Vengono poi riprese le azioni violente come cose antinaturali: l'eccesso non dura. L'uomo deve uniformarsi allo svolgersi naturale delle cose, rispecchiando in sè l'armonia del Cosmo. Uniformatosi al Tao l'uomo è libero da ogni perturbazione. Il Taoista trova la sua felicità nell'acquiescenza perfetta al tao.
...
.
...
24. L'AMARA GRAZIA.
...
Chi sta in punta di piedi non sta ritto. Chi allarga le gambe non cammina. Chi si mostra da sè non viene in luce. Chi si approva da sè non cade in vista. Chi si vanta da sè non ha valore. Chi si gloria da sè non sale in gloria. Questi davanti al Tao son come rimasugli ed escrescenze, cose che ognuno aborre, perciò colui che ha il Tao non vi permane.
...
.
...
Commento.
...
Ku en. Letteralmente: Amara grazia. Il capitolo si riallaccia ai due precedenti: vi si condanna il venir meno alla semplicità naturale: il resultato pratico che l'uomo raccoglie dalla sua presunzione è il contrario del suo desiderio: la febbrile caparbietà implica una buona dose d'ignoranza. Il Tao che ha inscritto la sua legge nelle nostre radici non vuole esser disobbedito in queste; chi non le obbedisce trabocca cieco nella più buia disarmonia, abbandonando i campi del possibile, per consumarsi invano in un labirinto d'errori senza uscita.
...
.
...
25. L'IMMAGINATO MISTERO.
...
C'è un essere invisibile e perfetto, prima del cielo e della terra nacque. Come tranquillo, come immateriale, è solo e non ha mutamento. D'intorno corre ma non corre rischio, si può considerare la madre del creato. Io non conosco il suo nome e per significarlo lo chiamo: "principio", sforzandomi a normarlo gli do nome di "grande". Grande vuol dire ch'è in moto, ed in moto vuol dir che va lontano. Va lontano vuol dire che ritorna, per questo il Tao è grande e il cielo è grande. La terra è grande e il Re anch'egli è grande. Nello spazio del mondo ci son quattro grandezze; colui che regna è uno tra di loro. Dell'uomo la legge è la terra, della terra la legge è il cielo, del cielo la legge è il Tao, del Tao la legge è "se stesso".
...
.
...
Commento.
...
Hsiang hsüan.Letteralmente: Immaginato mistero. Il capitolo si riallaccia al capitolo 1 nella descrizione della ineffabile sovranità del To, dove è accennato al ciclo della sua espansione: "nascita" (shih); "acme della vita organica" (yüan); "decadenza e morte" (fan) cioè il ritorno alla radice.
...
.
...
26. LA VIRTÙ DELLA GRAVITÀ.
...
Il peso è la radice del leggero, ed il tranquillo è principe del moto, per questo il saggio sempre quando agisce non lascia mai la calma gravità e sebbene abbia gloria e abbia splendore, calmo vi sta con superiorità Che sarà se un padrone di diecimila carri, prende con leggerezza in sè l'impero? Se è leggero perderà i ministri, ma se corrivo, perderà lo stato
...
.
...
Commento.
...
Chung te. Letteralmente: peso della virtù. Per il presentw capitolo i traduttori non vanno d'accordo: c'è chi crede, come il Wieger, che si tratti di un'allusione storica all'Imp. Yu Wang o ad altri ma ciò non può esser dimostrato. Meglio è forse prenderla nel senso generale di ammonimento a gravità di vita; bastando a volte la sola leggerezza a far perdere il regno al regnante. Anche Confucio afferma che se il Saggio non è grave non riscuote reverenza. Il Wilhelm ed altri credono che si tratti di un'avvertenza pratica; cioè: "se chi viaggiando in Cina non si porta dietro l'occorrente, rischia di trovare un albergo senza letti"; ma che, in mezzo alle alte considerazioni sul tao, Lao Tsu abbia voluto inserire questo piatto consiglio da tourista, repugna.
.
Piuttosto persuade l'idea che Esso seguiti qui a scolpire il suo personaggio perfetto, il quale, consapevole di tutto, non si distacca in nessuna evenienza dalla propria dignità e si mette stoicamente sopra le apparenze speciose, restando calmo tanto in mezzo alle delizie come in mezzo ai disagi. La dignità, in chi comanda, deve essere continua e non solo davanti ai sudditi ma davanti a se stesso: nota che questa dignità cui accenna Lao Tsu, non è da intendersi nel Taoista come un abito esterno che si può vestire per il bisogno e deporre dopo l'uso, ma come una necessaria veste che l'uomo assume non appena ha compreso il Tao e che appare su lui, improntando di sè tutto il suo portamento, dal di dentro al di fuori, quasi come un riverbero inevitabile.
...
.
...
27. L'USO DELL'ABILITÀ.
...
Buon camminator non lascia impronte. Buon parlatore non offende alcuno. Buon contator non bisogna di macchine da conti. Buon serrator non adopra nè sbarre nè contrafforti, eppure è impossibile aprire. Buon legator non adopra nè corde nè nodi, eppure è impossibile sciogliere. Indi il saggio che sempre trova bello salvare gli umani, per ciò non respinge gli umani, che sempre trova bello salvare le cose, per ciò non respinge le cose. Ciò si chiama offuscare la luce, per questo l'uomo buono non trova bello il farsi maestro degli altri. Ma l'uomo non buono trova ch'è bello il materiale degli altri. Non dare prezzo d'essere il loro maestro, non amare di perderli come materiale. Sebbene illuminato apparir come scemo: è questo il segreto essenziale.
...
.
...
Commento.
...
Ch'iao yung. Letteralmente: L'uso della furbizia. capitolo inteso male da molti. Una trad. letteralmente esatta non è sempre logicamente accettabile. L'errore deriva dall'aver trascurato il nesso taoistico dell'insieme. Il senso vero va cercato nell'antitesi tra concezione confuciana e concezione taoista. Esiste nel mondo un'azione invisibile che ha spesso più valore di quella visibilmente professata. Il Confuciano è quei che lascia molte tracce e non cammina, che adopra molte macchine e non conta: è l'adoratore del titolo e del distintivo; il Taoista vive e lascia vivere nè vuol far da maestro alla gente. Tanto più quello s'impone, tanto più questi si ritira: tanto più quello considera l'uomo la sua creta plasmabile, tanto più questi rispetta in lui, col non intromettersi, una forma dell'evoluzione universale; tanto più quello è miope e posa a maestro, tanto più questi è saggio e non gli importa di sembrare uno stolto. Il segreto più importante, secondo Lao Tsu sta nel riconoscere questa verità essenziale.
...
.
...
28. IL RITORNO AL GENUINO.
...
Chi sa la sua forza di maschio, e conserva il suo posto di donna, è come il profondo alveo del mondo. S'egli è come il profondo alveo del mondo, la costante virtù non l'abbandona e ritorna alla prima gioventù. Chi conosce il proprio lume e conserva la propria cecità, diviene il piedistallo del mondo. Se diviene il piedistallo del mondo, la costante virtù non gli vacilla ed ei ritorna nel perfetto stato. Chi conosce la sua gloria e conserva la propria umiltà, ei diviene la valle del mondo. Se diviene la valle del mondo, la costante virtù gli basterà ed ei ritorna alla semplicità. La semplicità se dispersa produce gli esseri tutti. Il saggio, se governa, sia capo dei ministri, perciò governi in blocco e non dettagli.
...
.
...
Commento.
...
Fan p'u. Letteralmente: Rivolgersi alla naturalezza. Sèguita la polemica contro l'esibizionismo confuciano. Lao Tsu non disdegna il paradosso come intensa affermazione contro l'idea di Confucio. Il Saggio taoista s'imbacucca d'inettitudine, si camuffa di stoltezza e se qualche Principe lo tragga per forza agli uffici non si distaccherà un momento dal Tao, dalla semplicità: governerà in blocco e non si perderà in dettagli; praticherà consapevole il Non-fare. Il capitolo è diretto ai taoisti che potrebbero esser chiamati al governo, conculcati dalla lor torre d'avorio e spinti contro voglia nel bailamme della vita politica.
...
.
...
29. IL NON FARE.
...
Quando uno tien l'impero e vuole agirlo, al fine io vidi ch'ei non lo raggiunge. L'impero è un meccanismo delicato che non si può trattare. Chi lo tratta lo guasta, chi l'afferra lo perde, perchè in riguardo alle cose, alcuna va avanti alcuna segue. Alcuna è tutta vampa alcuna è fredda. Alcuna è vigorosa alcuna è debole. Alcuna duratura alcuna fragile, e perciò l'uomo saggio rigetta l'eccesso, rigetta la prodigalità, rigetta la grandezza.
...
.
...
Commento.
...
Wu wei. Letteralmente: Non fare. Comandamento di non intromettersi nell'organismo dell'impero, imagine del cosmo. L'unica azione concessa è la repressione degli eccessi. Quando Lao Tsu parla della diversità delle cose che formano il complesso dell'impero, non vuole altro che accennare alla sconvenienza di colui che, volendolo manipolare, intendesse d'insinuarsi in quel miracoloso ingranaggio il quale deve essere lasciato funzionare da sè. Pienezza di coscienza universale e mancanza d'ingerenza personale deve contraddistinguere nel governo il Taoista consapevole dal Regnante profano. Lao Tsu accenna anche in questo capitolo al disastro irreparabile dell'azione personale.
...
.
...
30. FARE A MODO CON L'ARMI.
...
Chi basato sul Tao regge il sovrano. Non con l'armi fortifica l'impero, il suo procedimento chiede restituzione dove le truppe fecero soggiorno, colà non nacquer mai che sterpi e spine e dopo i grandi eserciti, ci furon sempre anni di carestia. Il buon duce vince e si ferma e non ardisce per questo usurpare potenza. Vince e non se ne gloria, vince e non se ne vanta, vince e non se n'estolle, vince perchè costretto, vince ma non però per farsi grande. Ogni cosa raggiunta la massima forza decresce. Questo si chiama esser contrario al Tao. Chi è contrario al Tao presto finisce.
...
.
...
Commento.
...
Chien wu. Letteralmente: Risparmiare armi. In questo capitolo Lao Tsu dichiara guerra alla guerra, la quale è l'acme della intromissione umana nell'armonia prestabilita del cosmo: cioè la cecità del fare ha nella guerra la sua realizzazione più disastrosa. Dal suo punto di vista Lao Tsu svalorizza valori umani invalsi come quello del buon capitano la cui bontà, secondo lui, non dovrà consistere nell'umor bellicoso e nell'ardor di conquista, ma nel battersi contro voglia e nel non abusare della vittoria. Qui Lao Tsu somiglia a Tolstoi. Egli vede nella guerra non solo il massimo pregiudizio umano ma il massimo allontanamento dell'uomo dal Tao e quindi anche il male che riassume tutti i disastri derivanti da questo allontanamento.
...
.
...
31. METTER DA PARTE LA GUERRA.
...
Ora l'armi più belle sono oggetti nefasti, ognuno le detesta. Perciò chi sta col Tao non vi s'attacca. Il saggio in pace onora la sinistra e quando è in guerra onora la diritta. L'armi sono strumenti di sfortuna, non strumenti da saggio. Sol quando v'è costretto egli l'adopra, e la calma egli mette innanzi a tutto. Se vince non la stima cosa bella. Quei che la stima bella è uno che gioisce a uccider uomini, e colui che gioisce a uccider uomini certo non può regnare sulla terra. Nei fausti eventi s'ama la sinistra, nei mali affari s'ama la diritta. Il sotto capo sta alla sinistra e il duce in capo sta alla diritta. Cioè il posto d'uso ai riti funebri. Colui che uccise d'uomini gran copia li pianga con rammarico e con lutto. Il vincitore in guerra occupi il posto che usa ai riti funebri.
...
.
...
Commento.
...
Yen wu. Letteralmente: metter da parte le armi. Nel Saggio è ragionevole il disprezzo delle armi anzi più queste sono raffinate, più devono eccitare la sua indignazione perchè fonte di maggior dolore per l'umanità. Il Principe, in pace, se vuole fare onore al suo sottoposto lo mette alla sinistra - che è, contrariamente al nostro, per l'uso cinese il posto d'onore, perchè il lato fausto - ma non così in tempo di guerra; egli mette allora il generale alla sua destra che è il lato infausto. Per il Saggio è meglio una oscura pace che una vittoria cruenta. Se si consideri il generale in capo e il suo aiuto, preferibile è la parte del secondo perchè meno micidiale. Se l'Imperatore li ha vicini dà al generale in capo la destra, all'altro la sinistra. Nei riti funebri la destra è di chi presiede: nessun divario, nell'idea di Lao Tsu, tra questo presidente di lutto e il vincitore in guerra.
...
.
...
32. LA VIRTÙ DEL SANTO.
...
Il Tao essendo eterno è senza nome. La sua semplicità quantunque parva, non ardirebbe il mondo assoggettarla. Se principi e regnanti potessero attenervisi, ogni cosa da sè lor si sottometterebbe. Cielo e terra sarebbero d'accordo per piovere dolcissima rugiada e il popolo senza comando da sè si comporrebbe. Nel principio scindendosi ebbe nome, avuto il nome ancora si seppe fermare. Se ci si sa fermare si può star senza rischio. Se paragoni del Tao l'esistenza col mondo è come i rivi e le valli in rapporto ai fiumi e ai mari.
...
.
...
Commento.
...
Sheng te. Letteralmente: Santa virtù. Nella prima parte del capitolo Lao Tsu ripiglia il concetto della eternità del Tao con tutti i suoi attributi di intangibilità, di invisibilità, di imponderabilità, ma con una forza anche mal concepibile nel mondo della nostra relatività. Lao Tsu, deplora che i Regnante, ignari di questa immanenza, con occhi di talpa e cuori di tigre, non vi si possano conformare. Se ciò fosse rinascerebbe l'armonia universale. Nella seconda parte del capitolo ritorna brusco alla natura del Tao e insiste qui sopra una delle sue più appariscenti qualità: cioè lo spandersi senza esaurirsi in maniera che tutte le cose sono diramazioni, dove permane vivo e operante il suo spirito. Esso Tao è per tutte le cose del mondo come i ruscelli e le valli in rapporto ai fiumi e ai mari a cui portano inesausto tributo d'acque.
...
.
...
33. SAPERE DISTINGUERE.
...
Chi conosce gli altri uomini è sapiente. Chi conosce se stesso è illuminato. Chi vince gli altri ha forza. Chi vince se stesso è più forte. Chi sa bastarsi è ricco, chi opra con vigore ha volontà. Chi non perde il suo posto a lungo dura. Morire e non perire è il vero esser longevi.
...
.
...
Commento.
...
Pien te. Letteralmente: Distinguente virtù. Lao Tsu persuade all'uomo certe virtù che ha già esaltate nel Tao: la conoscenza che s'indirizza agli altri rimanendo oggettiva è più facile di quella di noi stessi perchè perturbata da elementi soggettivi. Cioè un autogiudizio sarà sempre più difficile a darsi di un giudizio su altri dove l'interesse e l'amor proprio non turbano il discernimento. Vincere se stessi e sapersi contentare son due vittorie vere; e vivere in unione col Principio è l'unico mezzo per raggiungere la vera longevità.
...
.
...
34. FIDUCIA NELLA PERFEZIONE.
...
Come il gran Tao si spande, e in ogni direzione ogni cosa s'affida a lui per vivere. Ed ei non si rifiuta. L'opra fatta non chiama suo possesso e con amore alimenta ogni cosa, nè se ne fa signore. E' sempre senza voglie. Si può chiamar piccino ma perchè ogni cosa a lui tornando non se ne fa signore.
Si può chiamare grande. Per questo l'uomo saggio giammai non si fa grande ed acquista perciò grandezza vera.
...
.
...
Commento.
...
Jen ch'eng. Letteralmente: fidare nella perfezione. Qui il Tao è rappresentato come nutrice universale (hsüan p'in) nel disinteresse verso le sue creature che infine non sono che "se stesso" diviso ad infinitum. Mentre tutti gli esseri sentono il loro arcano attaccamento al tao, esso non ha, per questo, nessun gusto d'innalzarsi su loro, in quanto che è impossibile una signoria sopra una cosa che partecipa della medesima essenza del soggetto. Lao Tsu vede, in questo supremo disinteresse del Tao per le sue creature, il massimo della sua potenza creatrice. Questo assenteismo dalla propria creazione fa sì che il Tao ci appaia piccolo, per non mostrare esteriormente di essere quello che è; ma se si guarda agli ultimi effetti e alla partenza da lui e al ritorno di ogni cosa in lui, allora, nella sua immobile piccolezza, ci appare immenso. Lao Tsu consiglia la stessa condotta, al Taoista conscio, dietro l'esempio del tao.
...
.
...
35. LA VIRTÙ DELL'UMANITÀ.
...
A chi ritiene in sè la grande imagine, il mondo intero accorre. Accorre eppure non ne soffre danno e resta calmo, in pace e prosperoso alla musica, ai ghiottumi. Il pellegrino ospite si ferma ma invece quando il Tao apre la bocca è insipido nel suo non aver gusto. Lo guardi e non ti par degno di vista, l'ascolti e non ti par degno d'udito ma se l'adopri non ne trovi il fine.
...
.
...
Commento.
...
Jen te. Letteralmente: La virtù dell'umanità. Chi si sa assimilare l'aspetto del tao, permanendovi in intimo connubio, diviene un centro di simpatia per il mondo che intuisce in lui qualcosa di superiore e d'eterno. Il Tao parla allo spirito e non ai sensi; ai più torpidi il suo sapore può sembrare scialbo non esercitando esso la stessa attrazione diretta di quel che fanno per es. la musica e il profuma dei cibi. Ma in questi si trova presto il disgusto: il godimento del Tao è invece al disopra di ogni sensualità crassa. La sua inapparenza lo vela al nostro spirito, ma quando si è conosciuto si resta stupiti della sua profondità.
...
.
...
36. IL MISTERIOSO LUME.
...
Se tu vuoi che qualcosa si contragga prima bisogna che lo lasci estendere. Se tu vuoi che qualcosa s'infiacchisca prima bisogna che lo faccia forte.
Se tu vuoi cha qualcosa cada basso prima bisogna che lo metta in alto. Se vuoi prender qualcosa prima bisogna che tu la dia. Questo si chiama il misterioso lume. Il molle e il fragile vince il duro e il forte. Non esca il pesce mai dall'acqua fonda. Gli armamenti di un regno non si debbon mostrare alle altre genti.
...
.
...
Commento.
...
Wei ming. Letteralmente: Sottile lume. Il "leitmotiv" del capitolo è un concetto assai radicato in Lao Tsu che il debole vinca il forte. Nella cedevolezza appare la massima illuminazione del taoista: che è invece violenza retrorsa nel profano: la caparbietà o la stortura cede invece il posto, nell'illuminato, ad un alto consentimento che porta allo scopo. Se ci si mette in guerra per il premio, si perde; se ti tieni fuori, il premio ti casca da sè tra le braccia: ogni atto umano ha la sua arsi e dopo la sua tesi; questa parabola è fatale tanto per gli uomini come per le cose. Di qui scaturisce anche un ammaestramento politico che si pratica ovunque. Invece di deprimere un nemico, esaltatelo e l'avvicinerete più presto alla rovina che gli desiderate: chi vuol togliere una cosa desiderata ad un altro, non gliela tolga per forza ma a forza di regali. Per vincere uomini e cose c'è bisogno da parte del Saggio di questa specie di liberalità corrosiva. Restar nascosto! Confronta con ciò il "bene vixit qui bene latuit" di Cartesio e il motto base di Epicuro. Appena l'uomo mostra le sue ricchezze, le perde. Far come il pesce che non viene mai a fior d'acqua! Soprattutto silenzio su ciò che si prepara intorno ad un piano qualsiasi.
...
.
...
37. LA FUNZIONE DEL GOVERNO.
...
Il Tao costantemente non agisce eppure non c'è cosa che non faccia. Se principi e regnanti potessero attenercisi ogni cosa da sè si muterebbe. Se nel mutarsi le voglie in loro si movessero io le reprimerei con la semplicità che non ha nome. Nella semplicità che non ha nome non ci sono più voglie. Se non c'è desideri tutto è in pace e il mondo da se stesso si raddrizza.
...
.
...
Commento.
...
Wei cheng. Letteralmente: esercitare il governo. Concezione del governo olimpico e acquiescente. I Re bisogna che si mettano bene in testa che il governo sta al cosmo come un microcosmo al macrocosmo: data questa intima rispondenza chi vuol ben governare non s'intromette mai: Lao Tsu gli porta ad esempio il Tao che produce tutte le cose di se stesso senza agire. Il maestro condanna qui il Re che vuole strafare e gli insegna il rimedio a questo eccesso. Il savio per calmare i suoi impulsi fattivi deve rispecchiarsi nella semplicità ineffabile del tao. Come il Budda considera il desiderio quale sorgente di tutti i dolori umani, così Lao Tsu considera il fare come la sorgente di tutti i disastri politici. Il desiderio è quello che all'uomo più noce sotto disegno apparente di giovargli e il fare è quello che sotto disegno d'aumentare distrugge anche il già esistente. Ad ogni passo la Dottrina di Lao Tsu che sembra a prima vista tutta ingombra di metafisica ed ha qua e là veri e propri punti di contatto con la vita ascetica, è poi, in ultima analisi - e qui si rivela chiara secondo noi la sua genuina origine cinese - indirizzata al risultato pratico.
...
.
...
PARTE SECONDA
...
.
...
38.INTORNO ALLA VIRTÙ.
...
La virtù superiore non si crede virtù, per questo è virtuosa. La virtù inferiore non perde la virtù, perciò non è virtuosa. La virtù superiore non opra e non ha disegni, la virtù inferiore opera e nutre disegni. L'umanità opra e non ha disegni. La giustizia opra ma nutre disegni. Il rito opra e se alcuno non gli risponde snuda allora le braccia e ce lo sforza. Perciò perduto il Tao dopo venne la virtù. Perduta la virtù dopo venne l'umanità. Perduta la umanità dopo venne la giustizia, perduta la giustizia dopo venne il rituale. Il rito è la parvenza della sincerità della fede, il principio di tutte le discordie. Il saper degli antichi è il fior del Tao ma il principio di tutte le stoltezze. Per questo l'uomo forte s'attiene al sodo e non s'attiene al futile, s'attiene al frutto e non s'attiene al fiore, perciò rigetta quello e prende questo.
...
.
...
Commento.
...
Lun te. Letteralmente: discorrere della virtù. Questo è un capitolo di controversia confuciana. Quello che conta nel mondo è la virtù superiore (shang te) la quale non agisce sebbene abbia in sè ogni possibilità d'azione; quello che non conta è invece la virtù inferiore (hsia te) la quale non avendo possibilità d'azione, ne esibisce tuttavia ogni apparenza. La prima rifugge, perchè contiene in sè l'unità, dallo smarrirsi nei dettagli; la seconda invece, appunto perchè manca dell'essenziale, si riavoltola di preferenza in questi come a mascherare con la superficialità speciosa, l'intima sua lacuna. Così che la "hsia te" diviene un misero surrogato della "shang te". Anche il Confucianesimo (hsia te) si contenta dell'artificiale mentre il Taoismo (shang te) non si attiene che al genuino. Le virtù confuciane (wu ch'ang) sono un palliativo. Quando l'uomo era probo per natura non aveva bisogno di riti e di discipline perchè lo mantenessero tale.
...
.
...
39. IL PRINCIPIO DELLA LEGGE.
...
Tutto ciò che è, in prima raggiunse l'unità. Il cielo raggiunta l'unità si fa chiaro. La terra raggiunta l'unità si fa ferma. Gli spiriti raggiunta l'unità si fanno potenti. La valle raggiunta l'unità si fa piena. Ogni cosa raggiunta l'unità ebbe vita. Principi e regnanti raggiunta l'unità son modelli dell'impero, ecco quel che produce l'unità. Se il cielo non avesse ciò per cui diventa chiaro, temerei che cadesse. Se la terra non avesse ciò per cui è fatta salda, temerei che crollasse. Se gli spirti non avessero ciò per cui sono potenti, temerei che s'arrestassero. Se la valle non avesse ciò per cui diventa piena, temerei che s'essiccasse. Se ogni cosa non avesse ciò per cui rimane in vita, temerei che s'estinguesse. Se i principi e i regnanti non avessero ciò per cui sono sovrani, temerei che cadessero. Per questo ciò ch'è nobile fa del vile a sè radice. Ciò che è alto prende l'infimo come proprio fondamento. E per questo anche i principi e i regnanti chiaman se stessi "l'orfano" "il piccolo" "l'indegno". Questo è propria radice la cosa vile. E così non è forse perciò i pezzi del carro non son carro? Vogli tu a non volere essere chiaro come giada ma abbi la rudezza della pietra.
...
.
...
Commento.
...
Fa pen. Letteralmente: Legge della radice. Ogni cosa scaturisce dall'unità del tao; tutto ciò che sa conservare in sè quest'unità sussiste e compie il suo ciclo naturale. Il segreto, tanto per gli uomini che per le cose, è di sapersi attenere alla semplicità primordiale: ogni cosa deve la certezza e l'efficacia della sua esistenza a questo fatto. Anche la potenza del Re deve, come tutte le altre cose, consentire a questa legge. Certo se questa forza genuina, sulla cui unità si basa ogni esistenza, venisse a cessare, se questo delicatissimo equilibrio venisse rotto, la compagine del mondo ne sarebbe scossa: tutto si troverebbe a entrare in uno stato di sussulto e di contraddizione; rotte sarebbero le fila misteriose che si riallacciano all'unità del tao. Qui, come altrove, si raccomanda la non intromissione. Il cómpito del Taoista è di avvolgere ogni cosa in un comprensivo sguardo globale: in questo senso il pres. capitolo si ricongiunge con quello prec. Vedi una traccia di questa verità, cioè della necessità di non intromettersi, di non innalzarsi, nello stesso costume dei buoni imperatori, di chiamarsi da sè con titoli umili, radicato ormai nel loro linguaggio. Da notarsi è che l'umiltà del taoista non è virtù cristiana, accivettatrice di premi, ma coscienza perfetta di uno stato di cose, di cui egli è riuscito ad intravedere la legge costante.
...
.
...
40. L'UTILITÀ DEL RETROCEDERE.
...
Il ritorno è il motivo del Tao. Debolezza è il procedere del Tao. Ogni cosa nel mondo ebbe vita nell'essere, e l'essere ebbe vita dal non-essere.
...
.
...
Commento.
...
Ch'ü yung. Letteralmente: utilità del ritirarsi. Il ritirarsi è il movimento spontaneo di coloro che si sanno conformare al Tao, poichè come già si è visto, debolezza, oscurità, sono caratteristiche del Tao stesso. Lao Tsu, che dimostra la perdita del Tao mettere sulla via dello smarrimento, essere questo, mantenendo in ogni cosa l'unità, come il fulcro della sua conservazione, riaccenna qui alla qualità d'immanenza suprema e al metodo del suo ritmo di esteriorizzazione che non è altro che un partirsi, un allontanarsi e un ritornare in grembo all'assoluto.
...
.
...
41. MEDESIMEZZA E DIVERGENZA.
...
Quando un dotto di primo ordine ha udito dir del Tao con grande diligenza lo professa. Quando un dotto mezzo e mezzo ha udito dir del Tao or lo conserva in sè ora lo perde. Quando un dotto d'infimo ordine ha udito dir del Tao grandemente se ne ride, e che questi se ne rida basta al Tao per esser Tao. Ormai invalse parole lo dicono: chi dal Tao ebbe lume è come ottenebrato, chi avanti andò nel Tao è come retrocesso, chi si aggrandì nel Tao è come uomo volgare. La virtù superiore è simile alla valle, il candore supremo è simile all'obbrobrio, la virtù più estesa è simile al difetto, la virtù stabilita è come di soppiatto, la vera dirittura è come corruzione, un gran quadrato è come privo d'angoli, un vaso grande si finisce tardi, un suono grande ha poca risonanza, una grande figura è senza forma. Il Tao è misterioso e non ha nome ma è buono in dare ed anche a far perfetto.
...
.
...
Commento.
...
T'ung i. Letteralmente: uguaglianza e differenza. Lao Tsu fissa qui i gradi di capacità nella comprensione del Tao da parte degli uomini: più l'anima di questi è per natura aperta alla grande verità e più se ne imbeve e se ne arricchisce: le tre categorie rilevate dal Maestro sono come tre misure differenti. Egli coglie l'efficacia diversa della ripercussione del Tao su questi tre diversi stromenti nei suoi effetti esteriori che sono indice certo del maggiore o minore riconoscimento del tao. Se è dimostrato che più una dottrina è elevata, più trova insuccesso presso gli sciocchi, che, anzi, la sua bontà sta in ragione inversa degli scherni che da questi le derivano, ne vien di conseguenza che coloro i quali più ad essa intimamente s'avvicinano più sembreranno a quelli distaccarsene. Ora poichè il mondo rigurgita di nature poco elevate il vero elevato ci appare spesso nell'apparenza contrario alla sua vera sostanza. Assume nel mondo gli stessi predicati negativi del tao. Il vero Saggio va spesso nascosto sotto la più rude corteccia e chi nel suo portamento badasse alla superficie resterebbe ingannato. Il vero Saggio è dunque esposto ad errore d'apprezzamento da parte dei volgari.
...
.
...
42. METAMORFOSI DEL TAO.
...
Il Tao produsse l'uno. L'uno produsse il due, il due produsse il tre ed il tre dette vita a tutti gli esseri. Tutte le cose han sulle spalle l'ombra e tra le braccia portano la luce, ma l'infinito spirito le placa. Quel che l'uomo più aborre è abbandono, pochezza, indegnità. Mentre i regnanti se ne fanno un vanto. E perciò ogni cosa ora diminuisce eppur s'accresce, ora s'accresce eppur diminuisce. Quel che la gente insegna anch'io l'insegno ma che i forti non muoion nel lor letto sarà la base della mia dottrina.
...
.
...
Commento.
...
Tao hua. Letteralmente: Trasformazioni del Tao. Il capitolo è stato discusso molto dai traduttori e commentatori. Non si sa bene quel che voglia significare l'uno, il due e il tre. Julien si limita a riportare il pensiero dei diversi commentatori da lui consultati. Te Ch'ing intende per "uno" il "ch'i"; per "due" il binomio alterno "yin-yang" "ombra-luce"; per "tre" le potenze: "cielo, terra e uomo". In alcuni, come Ko Hsüan (nel suo Shang Ch'ing Ching Ching), non appare questo passo; lo cita bensì Huai Nan Tsu ma tralascia il principio: "tao sheng i".
.
Altri come il Giles e il De Harlez ritengono il passo non genuino. Si può, invece, senza tema di errar troppo, credere che qui Lao Tsu abbia fatto un conciso tracciato di cosmologia taoista. Abbiamo una unità "i" che si scinde in un dualismo (yin-yang) e che con il prodotto di questo (wan wu) forma un trialismo che Lao Tsu intuisce come prima base di tutto l'edificio cosmico. L'ultima parte del capitolo contiene l'etica che deriva da simile concezione. Il Non-fare è predicato qui come il mezzo più acuto di cui disponga il Saggio per aderire al tao, accompagnato dalla minaccia o dal premio se vi aderisca o no e posto come base di tutto l'insegnamento.
...
.
...
43. APPLICAZIONE UNIVERSALE.
...
Quello che in tutto il mondo è di più molle, supera quel che al mondo è di più duro e il non-essere penetra dentro l'impenetrabile e da questo io conosco il valor del non-fare. Insegnamento che non ha parole. Vantaggio del non-fare. Pochi al mondo ci arrivano.
...
.
...
Commento.
...
Pien yung. Letteralmente: universale uso. Questo capitolo pare il seguito del porecedente. È l'elogio della lentezza conscia, della inattività operatrice, del "gutta cavat lapidem". Il Maestro dispera che gli uomini in massa penetrino questa verità che sembra un paradosso. Lao Tsu vuole che l'uomo non abbia bisogno di troppe parole per essere ammaestrato; la verità parla con "lettere mozze": egli vuole inculcare al mondo la sua dottrina attraverso la trascendentale operazione del Non-fare.
...
.
...
44. PRECETTI FISSI.
...
Cosa ti è più vicino? Il nome o la persona? Che cosa è più? La vita o la ricchezza? Cosa più t'affligge? Il perdere o l'acquisto? Perciò chi ama troppo troppo spende, chi mette insieme troppo troppo perde, chi si contenta non è mai sprezzato, chi si contenta mai non cade in rischi e può durare a lungo.
...
.
...
Commento.
...
Li chieh. Letteralmente: Stabilire precetti. Il presente capitolo forma il più stridente contrasto con le nostre concezioni di vita attuale. Certo, avidità di gloria e di denaro si vede accoppiata al rischio o per lo meno compagna di lavoro immane. La perfetta ed equilibrata personalità umana deve astenersi dall'assalto a queste "ombre vane" commerciate a prezzo di vita. Lao Tsu ci parla della bellezza del sapersi contentare: niuno è più ricco di chi si contenta. Ricordare il verso pascoliano del: "il poco è molto a chi non ha che il poco". Lao Tsu ci stenebra allontanandoci dalle visioni per ricondurci al solido alla vita vissuta in comunione col Tao.
...
.
...
45. L'IMMENSA VIRTÙ.
...
La grande perfezione è come monca, però nell'uso suo è inconsumabile. La grande abbondanza è come vuota, però nell'uso suo resta inesausta. La grande dirittura è come curva, la grande abilità è come inetta e la grande parola è come balba. Il moto vince il freddo, la calma vince il caldo. La pura calma è il regolo del mondo.
...
.
...
Commento.
...
Hung te. Letteralmente: Straripante virtù. Cruda espressione del contrasto tra eccellenza interiore e deficienza esteriore: anche la rilasciatezza superficiale in antitesi con la mutria curiale confuciana è una forma del Non-fare. La prima cura del Saggio deve essere la sua costruzione interiore che forma per lui una specie d'usbergo invisibile contro le influenze esterne. Una buona travatura spirituale, ben commessa dietro le regole del Tao non potrà non agire anche sotto un'apparenza d'apatia e d'inazione. Si può dire che nel Saggio ad ogni efficienza di dentro, corrisponde una deficienza di fuori. Dal suo inerte ritiro, nel suo olimpismo indifferente, il Saggio che è qui posto da Lao Tsu a modello della coscienza umana, agisce sul mondo più pienamente di qualsiasi altro abbaiatore d'agora. Solo la parola che nasce dal profondo è feconda anche se bisbigliata o taciuta; la parola dello stolto si perde in un chioccio acciottolio di ghiaia rotolante. La forma paradossale è adoperata sempre da Lao Tsu come un'accentuazione energica di quello che a lui sembra verità da essere, per quel suo crudo rilievo, insinuata anche nello spirito delle coscienze più tarde.
...
.
...
46. MODERARE I DESIDERI.
...
Allorchè nell'impero regna il Tao i cavalli da guerra arano i campi ma quando nell'impero il Tao non regna i cavalli da guerra s'allevano fin nei sobborghi. Non c'è colpa maggiore che indulgere alle voglie. Non c'è male maggiore che quel di non sapersi contentare. Non c'è danno maggiore che di nutrire bramosia d'acquisto. Perciò quel che conosce la sufficienza, che si sa bastare, è sempre soddisfatto.
...
.
...
Commento.
...
Chien yü. Letteralmente: Moderare la cupidigia". Questo capitolo riportato con leggiere modificazioni in molti punti da Han Fei Tsu, Huai Nan Tsu e da Han Ying espone in brevi tratti quel che avviene di un Regno quando non vi si conosca e non vi si pratichi il Non-fare. La guerra è posta qui dal  Maestro come simbolo delle passioni umane, le quali sboccano di necessità nella lotta per delirio di predominio. La floridezza che scaturisce dalla pace e lo squallore che deriva dalla guerra son posti qui a fronte. Per prevenire l'eccitamento dei desideri che portano alla tenzone Lao Tsu fa l'elogio della parsimonia come dell'unico contravveleno. Il capitolo si rivolge, senza nominarli, ai Re i quali sono sempre causa diretta del bene o del male di un popolo; e ai quali è bene tener sempre davanti agli occhi come uno spauracchio le male conseguenze in cui s'incorre con la possibile perdita di una guerra, di modo che rendendo loro quasi tangibile quello che possono perdere si aiutino a moderare nel gusto di ciò che essi non dovrebbero desiderare d'acquistare.
...
.
...
47. LUNGIMIRANZA.
...
Senza uscir dalla porta si può sapere il mondo. Senza guardare fuor della finestra, conoscere si può le vie del cielo. Più lontano si va e men s'apprende. Per questo l'uomo saggio non cammina ed arriva. Non riguarda e sa i nomi delle cose. Non agisce eppur compie.
...
.
...
Commento.
...
Chien yüan. Letteralmente: Vedere lontano. Elogio dello sguardo globale che deve contraddistinguere il Saggio dal volgare. L'intuizione è messa al posto dell'esame di dettaglio. Il Tao è la scienza dell'unità: compresa questa, il Taoista non ha altro da apprendere. Il seguace del Tao sente di portare in se stesso una parte di questa scienza e conosce il mondo attraverso la conoscenza del tao. Il viaggiare è una bella cosa: ma si tratta qui della scienza assai più ardua di far viaggiare la propria anima piuttosto che la propria persona.
...
.
...
48. DIMENTICARE LA SCIENZA.
...
Con lo studio ogni giorno s'acquista. Con il Tao ogni giorno si perde. Si perde ed ancora si perde finchè s'arriva al non-fare. Cosa non c'è che il non-fare non faccia! L'acquisto dell'impero fu sempre senza azione e l'azione non basta a trarre a sè l'impero.
...
.
...
Commento.
...
Wang chih. Letteralmente: dimenticare il sapere. Segue l'esaltazione di ciò che l'uomo può raggiungere praticando il Non-fare. La scienza di dettaglio forma in noi una specie di casellario ingombrante, una scienza ma non una coscienza. Chi invece è arrivato al possesso del Tao ogni giorno più si disaffeziona da queste frattaglie raccogliticce e si attacca alla scienza globale. Lo studio minuto è un allontanamento dalla via maestra del Tao, dal Non-fare da cui tutto deriva. Il capitolo è un mònito per chi è o sarà chiamato al governo della cosa pubblica.
...
.
...
49. LA VIRTÙ DELLA SOPPORTAZIONE.
...
L'uomo saggio non ha costante cuore ma fa del cuor del popolo il suo cuore. Col buono io sono buono ma anche col non buono io sono buono, chè buona è la virtù. Col sincero io son sincero ma pur col non sincero io son sincero, chè sincera è la virtù. L'esistenza del saggio in terra è calma, per tutto il mondo allarga il proprio cuore mentre il popolo tutto in lui s'affissa, il saggio tratta tutti come infanti
...
.
...
Commento.
...
Jen te. Letteralmente: Virtù del sopportare. È religione del Saggio taoista non avere costanza: questa come virtù pratica presuppone gli scopi da cui il vero Taoista aborre. La cedevolezza consapevole, l'acquiescenza olimpica, il lasciar correre sistematico, devono in lui rimpiazzare l'arbitrio, la volontà, l'azione. Per questo sublime dispogliamento del proprio io, egli può riguardare tutti gli altri esseri sotto un aspetto solo al di là d'ogni contrasto. Non è però amor cristiano quel che persuade al Taoista la massima indulgenza tanto per i buoni come per i cattivi, ma il portato della sua concezione monistico-panteista del Tao in seno al quale ogni antitesi si smussa. Il Saggio deve dunque distinguersi dal volgare principalmente per questo suo divino abbraccio che aduna in sè tutti gli esseri e tutte le cose. Nulla di più angusto che inchiodare il proprio cuore alla partigianeria che è un insulto a quell'anima che il Tao ha proiettato in noi a sua immagine, la quale non è fatta per ostilmente escludere ma per simpaticamente abbracciare; perchè se nel cosmo non c'è nulla di non necessario, nulla necessariamente deve essere respinto da questa.
...
.
...
50. FARE STIMA DELLA VITA.
...
Un arrivo è la vita un ritorno è la morte. Seguaci della vita ce n'è tre sopra dieci, seguaci della morte ce n'è tre sopra dieci. Uomini che ansiosi di vita muovono invece il punto della morte, anche di questi ce n'è tre su dieci. Ma per quale ragione? Perchè essi voglion vivere la pienezza della vita.
Ho sempre udito dire che chi sa bene governar la vita ei va per il deserto senza evitar rinoceronte o tigre. Va traverso un esercito senza vestir corazza o portar brando. Il rinoceronte non ha dove ficcargli il suo corno, la tigre non ha dove addentrargli il suo artiglio e l'arme non ha dove fare entrare il suo taglio. E e per quale ragione? Perchè in lui non c'è più punto mortale.
...
.
...
Commento.
...
Kuei sheng. Letteralmente: Apprezzare la vita. Lao Tsu accenna all'identità dello stato di vita e dello stato di morte. Ei considera anzi la vita come la porta della morte. Ciò affermato, si scaglia contro coloro che rovinano la vita per avidità di vita. Sono, questi ambiziosi, gli "straziatori" della propria esistenza, come li chiama Leonardo. Pochi sono coloro che consapevoli del Tao, si sanno contenere. L'indifferenza superiore ci salva da qualsiasi usura tanto spirituale quanto corporale. Più non esistono le frecce perchè i bersagli son tolti: nella sua astrazione estatica il Taoista cessa anche d'esser vulnerabile: l'assenza perfetta da se stesso par che sospenda il legame tra spirito e corpo e per conseguenza cessi ogni possibilità d'essere offeso dal di fuori.
...
.
...
51. LA CULTURA DELLA VIRTÙ.
...
Il Tao dà vita alle cose e la sua virtù le nutre, la materia dà loro la forma, l'energia le perfeziona. Perciò fra tutte le cose una non c'è che non onori il Tao e non apprezzi questa sua virtù. La dignità del Tao è la grandezza della sua virtù. Nessuna cosa a loro l'ha sortita ma l'ebber sempre come per natura. Perciò il Tao produce le cose e la sua virtù le nutre, le fa crescere e le alleva, le completa e le matura, le nutre e le protegge.
Creare e non possedere, operare e non mantenere, governare e non padroneggiare: è questa la virtù trascendentale.
...
.
...
Commento.
...
Yang te. Letteralmente: Coltivare virtù. Questo capitolo il Giles non indugia a dichiararlo opera arbitraria di discepoli e di commentatori: difatti elementi già noti vi riappaiono assai privi di nesso tra loro. Vi ricorre il motivo della infinità degli attributi contenuti nel tao: tutto emana da questo e con questo si mantiene in una sovrana indifferenza. Tutte le cose però si sentono figlie del Tao e questo sentirsi "figlia" presuppone la conoscenza sempre più vaga mano mano che la consapevolezza è minore nella creatura: nelle cose non esiste coscienza ma c'è tuttavia attaccamento cieco, supinità congiunta che equivale a quello stato mentale a cui un Taoista deve giungere.
...
.
...
52. IL RITORNO ALL'ORIGINE.
...
Quello per cui il mondo ebbe principio è la madre del mondo. Chi raggiunta ha la madre da lei conosce il figlio. Chi conosciuto ha il figlio e conservi la madre, per tutta la sua vita è fuor di rischio. S'ei tien chiusa la sua bocca e chiuse le sue porte, fino in fine di vita non ha pene, ma s'egli apre la bocca e cerca d'ordinare i propri affari, fino in fine di vita non ha scampo. Colui che vede il piccolo è veggente, chi si conserva debole egli è forte e chi fa uso del suo proprio lume per ritornare alla chiarezza sua, e fa che nulla al corpo sia d'usura, questo è vestirsi di durata eterna.
...
.
...
Commento.
...
Huei yüan. Letteralmente: ritorno all'origine. Quanto più l'uomo è capace d'intuizione, tanto più nel tumulto contraddittorio delle cose egli cerca la base unificatrice. Questo bisogno di risalire al principio, di vedere in tutte le cose come altrettante diramazioni viventi, riducibili all'origine, è il primo dovere del Taoista. Non basta, dunque, conoscere le emanazioni del Tao ma bisogna anche volere attraverso il "figlio" risalire alla "madre": arrivato a lei l'uomo ha in sua mano la chiave d'oro che avrà ragione di tutte le serrature.
.
L'antitesi fra ricca interiorità e superficialità speciosa entra in gioco nell'apprezzamento confuso dell'uomo che aspetta la luce attraverso l'integrale comprensione del tao, una duplice via si schiude: egli conosce la madre (Tao) e conosce il figlio (le sue diramazioni), tra l'una e l'altra c'è un vincolo materno come s'è visto in capitolo 51: o si sbanda nel "figlio" per attaccamento terreno o si perde in un assoluto riassorbimento mistico nel seno della "madre". Chi si assorbe nel seno della "madre" è come al di là del bene e del male, chi s'invesca nei giuochi sinuosi del "figlio", s'abbica al mondo dove salute non gli è promessa. Il Wieger vede in questo capitolo il primo fondamento dell'aeroterapia taoista.
...
.
...
53. LA PROVA DELLA SOVRABBONDANZA.
...
Posto che avessi in me qualche saggezza, io vorrei camminare nel grande Tao. Intanto far gran pompa è quel che temo. Il Tao è grande e il mondo ama i sentieri, la corte è piena di magnificenze ma i campi sono pieni d'erbe male, e i magazzini pubblici son vuoti. Ci si veste d'abiti belli ed eleganti, si portano al fianco le taglienti spade, ci s'impizza di vino e di vivande, d'oro e di beni c'è sovrabbondanza ma tutto questo è vanto di rapina non è di certo il Tao.
...
.
...
Commento.
...
I cheng. Letteralmente: Prova dell'abbondanza. Lao Tsu comincia da questo capitolo a dedurre l'applicazione pratica dal suo concetto metafisico del Tao e dal suo capitale monito il non-fare, nel campo della politica. Sviluppa ciò che nei precedente capitolo ha enunciato. Se qui si ripercuotano ancora echi della sventura civile che gravava a quei tempi sull'impero, non possiamo dimostrare: a noi piace pensare che qui Lao Tsu parli in genere, in parte perchè il suo pensiero universalistico è ben lungi da riferirsi ad una sola nazione, in parte perchè i mali che travagliavano allora la Cina per legge naturale si ripetono sempre un po' per tutto. Il Maestro vuol solo mostrarci un quadro di quel che avviene di un paese ove non sia il culto del Tao.
.
Alla marcida pompa dei Re che danzano sopra un pavimento già minato dalle fiamme sottostanti Lao Tsu vuol far succedere nella nostra immaginazione la dura vigilia del Governante consapevole che cammina per le vie del tao: al lusso rigurgitante della corte corrispondono nel paese la miseria e i granai vuoti: queste fastose miserie sono per Lao Tsu indizi sicuri di un morbo che dentro rode ma che dà per il momento maggior lucentezza allo sguardo e più irrequieta febbrilità all'azione. Osservare poi come vi sia quasi in embrione il pensiero di Proudon sulla ricchezza e sulla proprietà.
...
.
...
54. LA COLTURA DELLA INTUIZIONE.
...
A chi ben pianta non sarà mai svelto, a chi ben tiene non sarà mai tolto, ed i figli dei figli gli faranno sempre offerta. Se lo coltiva nella sua persona, la sua virtù sarà di buona lega. Se lo coltiva nella sua famiglia, la sua virtù sarà sovrabbondante. Se lo coltiva dentro il suo villaggio, la sua virtù sarà fatta più grande. Se la coltiva dentro il proprio stato, la sua virtù diventerà fiorente. Se la coltiverà dentro l'impero, la sua virtù allora è universale. Perciò da te tu puoi giudicar gli altri. Dalla casa tu giudichi la casa, dal villaggio tu giudichi il villaggio, dallo stato tu giudichi lo stato, dall'impero tu giudichi l'impero. Come so che questo è il modo di conoscere l'impero? Da questo.
...
.
...
Commento.
...
Hsü kuan. Letteralmente: Coltivare la visione. Se fin qui Lao Tsu aveva parlato in genere del benefico influsso del Tao in chi l'accoglie ora qui lo svolge empiricamente davanti al profano nei suoi gradi progressivi di persona, di famiglia, di città, di nazione e di mondo. Il capitolo tutto si appunta nell'avvento di un governo regolato dal Tao il quale sa imprimere nel dettaglio la stessa impronta sovrana che appare nella sua unità: conosciuta la sua legge se ne deducono tutte le sue opere.
.
Del resto malgrado il parere di alcuni commentatori e traduttori per esempio il Giles che ritrova il tutto in Han Fei Tsu riportate quali parole di Lao Tsu ma non legate d'alcun nesso tra loro, a me pare che il capitolo formi un blocco. Il parallelismo formale che lo pervade tutto n'è una prova: una maggiore per me è il ritmo progressivo che lo anima sul possesso del Tao, la cui coscienza, innestatasi dapprima nel singolo individuo gli si allarga via via per gradi successivi fino a fargli vedere anche nelle cose più lontane e contraddittorie l'impronta di una sola ipostasi sì che da sè, ormai conscio, per questa sua coscienza illuminata, il Taoista può far di sè misura all'universo.
...
.
...
55. L'IMPRONTA DEL MISTERO.
...
Chi dentro a sè ha di virtù pienezza somiglia ad un bambino appena nato cui velenosi rettili non pinzano e dilanianti fiere non afferrano ed uccelli da preda non rapiscono. Molli egli ha l'ossa e i tendini flessibili eppure afferra già tenacemente. Ancora ignora il sesso eppure ha stimoli ed è perfetta la forza dello sperma. Egli vagisce tutto quanto il giorno e la sua gola non diviene roca: è la perfezion dell'armonia. Conoscer l'armonia vuol dire essere eterni. Chi conosce l'eterno è illuminato. Accrescere la vita è infausta cosa, eccitare gli spiriti è fortezza. Cosa già forte è presso all'invecchiare. Tutto ciò non è Tao e ciò che non è Tao presto finisce.
...
.
...
Commento.
...
Hsüan pu. Letteralmente: Misterioso suggello. Incitamento alla continenza. In genere il Taoista crede che ogni sforzo consumi. Nulla ci giova quanto la pace che è frutto di perfetto equilibrio fisico e morale, e impronta del Tao in noi che noi dobbiamo conservare. Questa verità è stata sentita in tutti i tempi da alcune nature sovrane che nell'arte e nella scienza hanno operato con perfetta consonanza alle leggi del cosmo e della vita. Ciò non va confuso col quietismo ma definito piuttosto un quieto eroismo di coscienza e d'intelletto.
.
Il Saggio deve riprodurre in sè, maturo per disciplina, quello stato di infantilità sublime che sola è fonte di conoscenza perfetta e che il pargolo possiede per natura come la più genuina impronta del mistero del tao. Questa specie d'involontaria astrazione dal sensibile nel bambino produce in lui quella invulnerabilità che è frutto di completa "assenza": le passioni eccitando lo spirito l'incarnano, lo corporalizzano cioè l'assimilano con più nessi al corpo, ristringono i suoi lacci rilasciati, e come per questo accumulato fluido, lo fanno calamita di guai. Chi sa sospendere in sè la sensibilità non ha più paura delle sensazioni.
...
.
...
56. LA VIRTÙ TRASCENDENTALE.
...
Colui che sa non parla, e chi parla non sa. Tien chiusa la sua bocca, tien chiuse le sue porte, smussa la propria asprezza, risolve ogni cosa confusa, mitiga il proprio splendore ed uno egli si fa con la sua polvere. Questa è la comunione col mistero. Tu non l'hai avvicinandolo, tu non l'hai respingendolo, tu non l'hai con il vantaggio, tu non l'hai con il danneggio, tu non l'hai con l'onore, tu non l'hai con la bassezza, per questo egli è il più nobile del mondo.
...
.
...
Commento.
...
Hsüan te. Letteralmente: Misteriosa virtù. Chi ha raggiunto la scienza integrale del Tao non è incline a parlare perchè in lui, con il sapere perfetto, si è saziato il bisogno di esprimersi che pure è una forma d'azione. La mania di parlare accenna ad uno squilibrio interiore che cerca il surrogato di una cosa intima che gli sfugge nelle parole vane. Contrariamente al "così fatto scemo" di Dante, la mezzana comprensione del Tao non è "dolce" ma assillante, vaga, irrequieta: questo dal lato psicologico; dal lato morale poi sappiamo che la consapevolezza piena di una cosa ci sforza di per se stessa a tacerla o perchè dubitiamo che altri non giunga ad afferrarla nella sua totalità come la possediamo noi, o perchè se non vediamo che in altrui un'eguale tendenza imperiosa verso la nostra verità non esiste, reputiamo inutile rivelargliela. A questo elogio del silenzio nel consapevole possessore del tao, segue la descrizione del portamento del Saggio che è al di là di ogni possibile corruzione: immunità morale che fa riscontro a quella fisica descritta nel capitolo 55; così che il Taoista diviene per gli uomini il vero modello da imitarsi.
...
.
...
57. IL SEMPLICE COSTUME.
...
Con la drittura si governa il regno e con l'abilità s'adopra l'armi ma col non-fare si conquista il mondo. Come so che così si fa col mondo? Da questo: più nel mondo ci son leggi e divieti più il popolo precipita in miseria, più che la gente ha mezzi di benessere più l'impero è in disordine o in soqquadro, più il popolo si fa scaltro nelle arti e più che vengon fuori cose strane e più che vengon fuori ordini e leggi e più ci sono grassatori e ladri. Per questo il sapiente ci dice: io non faccio eppur la gente da se stessa si trasforma, io sto calmo eppur la gente da se stessa si corregge, 
io non traffico e la gente da se stessa s'arricchisce, io non voglio eppur la gente da se stessa si semplifica.
...
.
...
Commento.
...
Shun feng. Letteralmente: Semplice costume. Lode del Non-fare: si allude ai falsi rimedi attivi dopo la malnata intromissione di se stesso nelle cose dello Stato. Le leggi bisogna farle appunto perchè la nostra attività personale ha già suscitato disordini che in qualche modo vanno rimediati. Eccellente è il tono ironico del  Maestro nell'insistere su questi rimedi peggiori del male, dimostrando che il buon proposito, sorte in pratica, proprio l'effetto contrario a quello che il Re faccendiero si era immaginato: le leggi non servono che ad aumentare il numero dei birbanti; non c'è stimolo più grande della proibizione, e nessuna altra azione può surrogare quella della natura, per es. nella pianta che vegeta e cresce senza fretta e senza tregua. Anche lo Stato se ben congegnato sulle norme del Tao va da sè. La stessa detestata guerra va accettata come difesa e non esercitata come mezzo di conquista. Il Saggio, in un sublime consentimento, lascia andare e rispetta tutte le cose dello Stato nella loro vitale spontaneità.
...
.
...
58. OBBEDIRE AL MUTAMENTO.
...
Dove il governo non è molto attivo il popolo si trova in abbondanza. Dove il governo si ficca per tutto il popolo si trova in indigenza. Ah! La felicità è ciò che posa sopra la disgrazia. Ah! L'infelicità è ciò che giace in grembo alla fortuna. Chi conosce il suo culmine? Ogni cosa è senz'ordine, la giustizia degenera in mania e la bontà si muta in stravaganza. L'umana cecità da molto dura. Per questo l'uomo saggio è quadrato e non tagliente, angoloso e non ferisce, è diritto e non impronto, risplende e non abbaglia.
...
.
...
Commento.
...
Shun hua. Letteralmente: Obbedire alla trasformazione. Più chi governa s'impiglia nei dettagli, più il suo governo sarà difettoso: lo sterpeto dei dettagli è una corona di spine per il popolo che ama per istinto le vie maestre. Già s'è visto come questa manìa, che fa la delizia del funzionario confuciano, riposi soprattutto sul misconoscimento del Tao. L'abbondanza minuziosa dei provvedimenti invece di accelerare lo svolgimento di un popolo l'incaglia, perchè questi, nella sua rude incoscienza, ma fedele al proprio istinto, resta sempre più vicino al Tao del cattivo Governante. Questo capitolo predica la vigilanza integrale, fuori e dentro di sè, di chi governa; ma è descritta come una qualità che non deve inorgoglire chi l'ha raggiunta. Il Saggio splende agli occhi degli altri di una luce calma e velata nel suo pieno possesso del Tao e nell'alto consentimento alle sue leggi.
...
.
...
59. CONSERVARE IL TAO.
...
Nel governare gli uomini e nel servire il cielo niuna cosa è migliore della moderazione. Questa moderazione sia la cura più sollecita. Sollecita cura è accumular virtù soda. Se accumuli ricca virtù, cosa non ci sarà che non si possa e se cosa non c'è che tu non possa, nessuno può sapere il suo confine. E se niuno può sapere il suo confine, si può tener l'impero. E e se ha questa madre l'impero potrà durare a lungo. E' profonda radice e saldo ceppo ed è la via di vita e vista eterne.
...
.
...
Commento.
...
Shou tao. Letteralmente: Conservare il Tao. Fa seguito al prec.: anche qui si predica l'efficacia della moderazione in chi governa: anche la parsimonia nelle spese statali rientra in questo campo. Alcuni per esempio Grill intendono che si debbano accumulare virtù taoistiche indispensabili alla condotta dell'uomo di Stato, altri invece per es. lo Strauss pensa che si tratti di accumular roba in senso concreto, di cui si deve largheggiare col popolo che poi te la ripaga in tanta benevolenza, facilitandoti il governo; altri per esempio il De Harlez pensa che il trionfo del Saggio sia prospettato qui, non come gloria esteriore, ma come dominio di passioni. Obbedendo alla regola celeste (Tao) il Re diviene moderato. Non c'è da credere, come certi commentatori indigeni, che l'economia del buon Re debba estendersi fino a lesinare sacrifici al cielo. Qui il Saggio che governa non è preso nel senso confuciano, non è l'intermediario tra cielo e terra, ma uno che si è fatta una coscienza universale dopo avere intuite le leggi del Cosmo. Bisogna, a mio parere, vedere anche in questa virtù regolatrice un aspetto meno accentuato del Non-fare.
...
.
...
60. PER RIMANERE IN SOGLIO.
...
Se tu vuoi governare un regno grande fa' come quei che frigge i pesciolini. Se tu secondo il Tao governi il mondo i morti mai non diverranno spettri. Non già che i morti non ne avesser forza ma il loro spirto non danneggia gli uomini. Se il loro spirto non danneggia gli uomini, anche il saggio giammai non li danneggia. Se questi non s'offendono a vicenda è perchè la virtù li fa compagni.
...
.
...
Commento.
...
chü wei. Letteralmente: dimorare sul trono. Si allude alla circospezione che il buon cuoco deve avere nel friggere i piccoli pesci, cioè: non agitarli troppo altrimenti si sfanno. Il buon Re deve imitarlo se vuol ben governare; non deve vessare troppo i sudditi con il suo strafare altrimenti lo Stato si sfascia. Il resto del capitolo allude al Re che pregiando il Non-fare si trova, forte delle sue virtù trascendentali, al di là d'ogni pericolo.
.
Per capire bene l'allusione agli spiriti, che non sono qui spiriti di defunti, bisogna ridursi alla mente che i taoisti li pensano come prodotti di disarmonie, come la ruina che produce il nuvoloso polverìo d'intorno: sono forze malefiche e inibitrici che si sprigionano come altrettanti fluidi nocivi dalle azioni torte e contro natura. Quando lo spirito del Re è calmo non si generano tali fastidi invisibili ma reali intorno a lui, ma quando è passionato, sprizzano da lui scintille di malefizio, come nubi addensantisi nel cielo che finiscono per portare il temporale.
...
.
...
61. LA VIRTÙ DELL'UMILTÀ.
...
Se un grande stato sa tenersi in basso, diviene come il centro della terra, divien come la femmina del mondo: la donna con la calma vince il maschio e con la calma tien se stessa in basso. Un gran regno umiliandosi ai minori, diviene possessor dei minor regni e un piccolo abbassandosi ai maggiori diviene possessor dei maggior regni. Perciò altri abbassandosi conquista, altri conquista per esser già basso. Un grande stato aspira solo a unire e a governare ed un piccolo aspira solo a entrare ed a servire. Ma perchè l'uno e l'altro raggiunga ciò che vuole deve il più grande mantenersi in basso.
...
.
...
Commento.
...
Ch'ien te. Letteralmente: Umile virtù. Uno Stato forte è proclive ad esaltarsi. Come il Saggio si fa modesto davanti agli altri così deve fare anche uno Stato davanti agli Stati minori: non nel senso di farsi debole ma per divenire accentratore. Calzante è l'imagine del fiume che più scorre basso e più copia d'acqua aduna nel suo alveo, mentre i greti alti sono sempre aridi. Il paradosso parrebbe trasparire nella preferibilità del basso sull'alto, se per Lao Tsu abbassarsi non volesse dire scavare le vie naturali che solo ti possono apportare dovizia: non si tratta qui di rinunciataria umiltà cristiana ma di muta e furba azione diplomatica la quale potrebbe sembrare anche brutale se non si fondasse sopra una coscienza integrale, frutto d'investigazione superiore e di coraggiosa vigilia.
...
.
...
62. L'AZIONE DEL TAO.
...
Il Tao di tutti gli esseri è il rifugio. E' il tesoro dei buoni, l'appoggio dei perversi. Con i bei motti si può far mercato ma co' i bei fatti si rifà la gente. Di quegli uomini quei che non son buoni perchè mai li dovrei gettar via? Per questo c'è il Re ed a ciò son preposti i magistrati. Ma meglio che portare in man la giada ed avanzare in mezzo alla quadriga, è il sedersi e avanzare in questa legge. Perchè gli antichi saggi onoravan questo Tao?
Non forse perchè chiesto sempre da sè veniva, e perchè i peccatori eran dal lui redenti? Perciò esso è la cosa più nobile del mondo.
...
.
...
Commento.
...
Wei tao. Letteralmente: Il Tao operante. Lao Tsu persuade qui al culto dell'interiorità. Il Tao è considerato come il grande rifugio, non nel senso statico ma in quello dinamico di coscienza che si ritrova: questo fulcro intimo è indispensabile perchè la nostra azione, quale essa si sia, non rimanga fallace. Buoni e perversi hanno la loro salvezza, possono ritrovare se stessi in questo punto. Lo stesso Re, gli stessi magistrati sono come il portato di un nostro bisogno istintivo di ricongiungersi al Tao; essi ci devono esser di guida in ciò, anzi non si lasceranno distrarre, nella loro funzione di lumi per il popolo, dalle loro inevitabili pompe esteriori, e anche in mezzo alla esteriorità dei riti, il Tao dovrà sempre occuparli intensamente, perchè il loro vero piacere dovrà consistere nell'avanzamento della dottrina, non in quello del grado. Lao Tsu vuole che più l'uomo sta in alto, più sia pervaso dal sentimento religioso: anzi diffondere questo sentimento nel popolo sarà la sua vera missione. L'unione fraterna degli uomini ci è già nettamente prescritta nel dispensarsi imparziale del Tao a tutte le creature del mondo.
...
.
...
63. PENSARE AL COMINCIAMENTO.
...
Metti in pratica il non-fare, occupati della non occupazione. Trova gustoso ciò che non ha gusto, trova grandi le più piccole cose, sappi trovare in mezzo al poco il molto, ricambia l'odio con il benvolere, il difficile imprendi nel suo facile ed adopera il grave nel suo lieve. La cosa più difficile del mondo bisogna che principio abbia dal facile, e la cosa più grande del mondo bisogna che principio abbia dal poco. Per questo l'uomo saggio in vita sua non opra cose grandi, e di questo egli fa la sua grandezza. Chi facile promette, difficile mantiene. Chi piglia tutto facile trova difficoltà. Per questo l'uomo saggio trova tutto difficile e in vita sua non ha difficoltà.
...
.
...
Commento.
...
Ssu shih. Letteralmente: Pensare principio. È l'attenzione consapevole del Saggio che conosce la via del Tao: è il magnanimo riserbo dell'illuminato: l'indulgenza superiore davanti a tutte le cose del conoscitore delle leggi del cosmo. Colui che non conosce questa legge facilmente s'esalta inebriandosi del suo arbitrio d'uomo che si crede scisso da legami che sono tanto più profondi quanto meno ei li vede. Mettere in pratica il Non-fare può significare per il profano autotumulazione nel nulla, mentre per il risvegliato è consonanza perfetta tra il contenuto della sua personalità e la legge del Tao; è l'obbedienza supina che gli si converte in maestria dell'assoluto: la riluttanza del Saggio taoista al fare deriva non da pigrizia ma dalla conoscenza di una immanenza cui è impossibile sottrarsi. Il superamento del difficile che, per la gloriola che ne deriva, attira tanto gli ignari, non ha presa su lui: ei vince la difficoltà delle cose con la difficoltà della sua dedizione a quelle: da tale armatura di consapevolezza e di arduo freno gli deriva perciò la facoltà di vincere tutte le cose difficili che a lui, superatore per eccellenza, non possono apparire più tali.
...
.
...
64. IL RISPETTO AL MINUSCOLO.
...
Ciò che sta calmo è facile a trattarsi. Il non occorso è facile a predirsi, ciò ch'è tenue è facile a spezzarsi, ciò ch'è tenue è facile a disperdersi. Ponderalo nel suo non-ancor-essere, ordinalo nell'ancor suo non-disordine. Un albero che appena s'abbraccia nacque d'una radice come un pelo. Una torre a nove piani incominciò da un cumulo di terra ed un viaggio lungo mille miglia incominciò dal fare un passo solo. Quei che fa sbaglia e quei che tiene perde. Per questo l'uomo saggio non fa perciò non sbaglia, non ha perciò non perde. Quando il profano segue un proprio affare, sempre lo guasta verso la sua fine. Cura la fine a pari del principio e allora non avrai da guastar cose. Per questo l'uomo saggio desidera di non-desiderare, sprezza cose difficili ad aversi, apprende il non-apprendere, ritorna là dove altri son passati, aiuta la natura delle cose e non osa d'agire.
...
.
...
Commento.
...
Shou wei. Letteralmente: Considerare il piccolo. Il Non-fare non deve essere il frutto dell'inerzia ma della nostra più perforante penetrazione. Come esempi da contrapporsi alla fretta infeconda di chi pretende strafare la quale si fonda sempre sopra una inguaribile angustia di coscienza, Lao Tsu cita l'albero grande che cominciò da una piccola radice e l'edificio pomposo che cominciò da una piccola pietra. La considerazione del minuscolo è una obbedienza necessaria al tao, minuscolo esso pure. La febbrilità dell'azione trascura di osservare questa microscopicità vitale che è base di tutte le cose, principio di tutte le azioni. L'intromissione passionata è un ostacolo allo svolgersi naturale delle cose che invece il Saggio deve aiutare col suo alto consentimento.
...
.
...
65. LA VIRTÙ GENUINA.
...
Chi fra gli antichi praticava il Tao non l'impiegava a illuminare il popolo ma a far sì ch'ei restasse umile e ignaro. Se un popolo è difficile a guidarsi, dipende ch'egli sa già troppe cose, perciò chi col sapere guida un regno, egli diviene il suo saccheggiatore e chi senza il sapere lo governa 
ei ne diviene il suo benefattore. Chi sa queste due cose egli è il modello. Aver sempre coscienza del modello: è questa la virtù trascendentale, è questa alta virtù. Quanto è profonda, quanto inarrivabile, quanto è proprio l'opposto d'ogni cosa, eppure arriva sempre al suo successo.
...
.
...
Commento.
...
Shun te. Letteralmente: Semplice virtù. È la vita naturale contrapposta alla vita artificiale di Confucio; la necessità che il popolo si lasci guidare da chi lo governa senza neppure sentire che è governato e non saper nulla delle cose del governo, è qui in antitesi con la petulante intromissione confuciana. Quel che importa è di ripristinare lo stato patriarcale: per ciò Lao Tsu predica in più punti del suo volume la necessità di mantenere più che si può il popolo nella ignoranza: se esce da questo suo stato d'inconscia innocenza diviene difficile a governare.
.
Nulla di più disastroso che scoprire i mille tramiti, che rivelare le mille fila di che s'intesse la vita dello Stato. Il profano, se iniziato a questo meccanismo, sente nascere in sè di colpo la voglia di parteciparvi e allora è finita l'umiltà e l'obbedienza. Il governo per vivere bisogna che rimanga non solo immoto ma anche segreto. Bisogna che il Re non sia assalito dal gusto di elevare le sue genti: il bene che si fa all'individuo può essere un male che s'infligge allo Stato. Il Re deve badare alla virtù trascendentale (hsüan te) e non a quella umana e se si affida al Non-fare, tutto s'arrangia da sè.
...
.
...
66. POSPORRE SE STESSI.
...
Ciò per cui i fiumi e i mari son padroni delle valli vien da ciò ch'essi comprendono come starsene al di sotto, perciò sono i padroni delle valli. Per questo l'uomo saggio, se vuol di fatto soprastare al popolo, deve coi detti porsi a lui disotto. Se vuole esser del popolo alla testa deve metter se stesso alla sua coda, perciò egli risiede in alto loco e il popolo da lui non ha pressura. Egli così dimora al primo posto e il popolo da lui non ha dannaggio. Tutto il regno è beato d'ubbidirlo e mai non se ne sazia e perchè non combatte mai col mondo, niuno al mondo combatte mai con lui.
...
.
...
Commento.
...
Hou chi. Letteralmente: Posporre se stesso. Insisto sulla differenza che c'è tra umiltà cristiana ed umiltà taoista; tra gli ultimi che saranno i primi di Cristo e i vigili seguaci di Lao Tsu c'è un gran divario. La priorità nell'altra vita ai miseri di questa è come un premio compensatore, l'assurgere invece al primo posto in questa vita degli umili è frutto di scaltrezza diplomatica e non ha nulla in sè di carità cristiana e di speranza celeste.
.
Anche questo ritirarsi circospetto del Re che nel cuore degli altri lo mette alla testa di tutti, è una forma del Non-fare. Si può dire che questo capitolo sia lo svolgimento della seconda parte del capitolo 8. Anche qui l'acqua è presa a paragone della cedevolezza che deve animare il Saggio nelle faccende del mondo. Questa massima applicata all'esercizio del governo ci fa intendere qual conoscenza del cuore umano aveva Lao Tsu; quando un giogo non pesa, il popolo lo sopporta, anzi a volte lo vuole di partito; e le fatiche non vengono mai addebitate al Re se questi saprà comandare senza averne l'aria.
...
.
...
67. LE TRE COSE PREZIOSE.
...
Tutti nel mondo chiamano me grande mentre ch'io sembro invece un incapace. Solo perchè son grande somiglio un incapace per i veri incapaci. La lor mediocrità nota è da molto tempo. Ora io posseggo tre preziose cose che custodisco in me come tesori. Il primo si chiama "amore". Il secondo si chiama "modestia". Il terzo si chiama "umiltà". Amore fa ch'io possa aver coraggio, modestia ch'io divenga generoso, umiltà ch'io sia primo sopra gli altri.
Ed oggi senza amore si vuol pure aver coraggio, rigettando la modestia si vuol esser generosi e sprezzando l'umiltà si vuol esser sopra gli altri. Questa invero è la morte. Vince sol chi combatta con amore, sol chi conserva con amore è saldo. Quando il cielo vuol salvarci, ci protegge con l'amore.
...
.
...
Commento.
...
San pao. Letteralmente: Tre tesori. Il capitolo ha affinità con certe virtù cristiane. È salvo chi ama, cristiana è anche l'idea che chi si umilia sarà esaltato. L'altezza morale non è visibile per forma esteriore nell'estimazione del prossimo. Una prova d'amore superiore Lao Tsu ce la dà nel capitolo 49 dove egli dice di trattare sempre bene tanto i buoni che i cattivi. Non è ancora il Discorso della Montagna ma già lo contiene in embrione. Se non che il punto di vista e la finalità dello scopo divergono: il cristiano vede anzitutto nel raggiungimento della sua perfezione il premio dell'aldilà, il Taoista, invece, vede un bene nella virtù raggiunta ma in se stessa, ne gode come d'un successo, in quanto questa è in terra assimilazione all'eternità del Tao.
...
.
...
68. RIALLACCIARSI AL CIELO.
...
Il buon duce non nutre ardor di guerra, il buon guerriero mai non cade in ira e chi vince il nemico non combatte. Chi adopra bene gli uomini si mette a lor disotto. Questa è la virtù del non lottare, questa è la forza d'adoprare gli uomini, questo si chiama assimilarsi a cielo. Fu la virtù più grande degli antichi.
...
.
...
Commento.
...
P'ei t'ien. Letteralmente: Riunirsi col cielo. Secondare tutto per dominare tutto è la regola gesuitica che potrebbe trovare la sua prima base in questo passo di Lao Tsu se non che nel  Maestro la finalità del male è soppiantata da quella della felicità individuale e collettiva. L'azione è quasi sempre, in forme più o meno temperate, un'aggressione. Altri motivi già visti per esempio quella che vince sempre chi non combatte, che per comandare bisogna far viste di servire e che facendo così si imita il Tao, ci si assimila alla norma celeste, son qui riaffermati con più netta insistenza, come eccelse virtù degli antichi.
...
.
...
69. L'IMPIEGO DEL MISTERO.
...
Per chi maneggia l'armi c'è un proverbio: è meglio far da ospite che fare da padrone, sicchè avanzare d'un pollice meglio è retroceder d'un piede. Ciò si chiama avanzar senza avanzare, respinger senza muovere le braccia, correre dietro senza ostilità e conquistare senza adoprar armi. Non c'è male peggiore che attaccar con leggerezza, attaccando inconsideratamente: ci rimetto di certo il mio tesoro. E perciò di due eserciti in battaglia quel che più se ne preoccupa ha la vittoria.
...
.
...
Commento.
...
Hsüan yung. Letteralmente: L'uso del mistero. Per il consapevole del Tao è più gran cosa l'ubbidire che il comandare: questa idea dà di punta contro le nostre concezioni usuali: non è la passività cristiana, non la flessibilità pietosa ma quella scaltra e politica che fa la salvezza delle cose. Lao Tsu ha detto che vince solo colui che non combatte, qui aggiunge che fra i combattenti riporta di solito vittoria quegli che guerreggiando più compie questo suo dovere a malincuore. L'entusiasmo è posto da banda come una potenza nefasta e discervellatrice. Non bisogna intendere che vince la guerra chi la fa con maggior senso di umanità, perchè la guerra è sempre guerra, cioè una brutta cosa, ma colui che ne sente tutta l'inanità e non ci mette troppo ardore. Chi sta sulla difensiva [wu-wei] è in miglior posizione e condizione di chi s'avventa all'assalto ebro di conquista. Affrontare la responsabilità di un'azione in genere è un controsenso per un Taoista, aggiungi poi che per il vero seguace del Tao procedere o retrocedere sono la stessa cosa: di qui la vera riluttanza per ogni lotta, essendo egli indifferente per qualsiasi vittoria.
...
.
...
70. L'ARDUA CONOSCENZA.
...
Ciò che dico è ben facile a sapersi, è ben facile a mettersi in azione, ma nel mondo nessuno lo comprende, nessuno lo sa mettere in azione. Queste parole hanno una prima origine e queste azioni hanno un che le governa. Ora perchè nessuno le comprende? Qui sta il motivo per cui non può comprendere me stesso. Quelli che mi comprendono son rari e questo appunto forma la mia gloria. Per questo il santo indossa abiti vili e nasconde le gemme nel suo petto.
...
.
...
Commento.
...
Chih nan. Letteralmente: Difficoltà del sapere. Lao Tsu delinea la sorte che tocca a quasi tutti gli alti ingegni: di non esser conosciuti o di esser conosciuti male. Essi vanno più che a mezza strada incontro alle moltitudini distratte con la loro dottrina e quasi sempre invano. Anche Lao Tsu ha fatto l'esperienza del non esser compreso. L'incomprensione sta in ragione diretta dell'elevatezza di un pensiero che affronta per la prima volta il caos dell'umanità. Di più al Saggio manca quasi sempre quella smania di esibizionismo che invece si riscontra così frequente nelle anime confuse. Lao Tsu formula per la prima volta la verità che per l'uomo grande "incomprensione è gloria". Il Saggio è una cosa che va scoperta. Confronta questo capitolo con certi accenti personali del capitolo 20. Contrariamente a Confucio che con i suoi discepoli si duole d'incomprensione - per quanto anch'esso affermi che è meglio conoscere che esser conosciuto - Lao Tsu fa gloria al Saggio di questa incomprensione da parte dei volgari.
...
.
...
71. LA MALATTIA DEL SAPERE.
...
Sapere e non sapere ecco il sublime. Non saper e sapere ecco il malanno. Se hai male del male, perciò non avrai male. Il santo non ha male. E perchè egli ha male del male? Perciò non ha mai male.
...
.
...
Commento.
...
Chih ping. Letteralmente: Conoscere la malattia. Tutti i mali nascono da questa inversione: chi non sa vuol sapere e nel giudicare sbaglia: invece il Saggio che, per lume naturale sa, rigetta a priori questa conoscenza come una forma del fare, per la ragione che egli, dietro la sua regola, riconoscendo il male, lo schiva; anzi lo stesso riconoscimento gli è una liberazione. La differenza tra il profano ed il Saggio consiste in ciò: che il profano resta abbicato al difetto - qui il non sapere creduto sapere - senza accorgersi del male che fa, mentre il Saggio, deplorando un male comune se ne affranca col solo atto del suo appenarsene.
.
Solo chi è in grado di sentir male del male, supera il male. Si è visto che Lao Tsu fa consistere il vero sapere nella scienza globale del Tao e non nel casellario della scienza di dettaglio. Questa ultima che manca di unità e non ha bisogno d'intuizione ed essendo un atto quindi negazione del wu-wei, è fonte di dolore: ora chi ha dolore di questo dolore, se ne libera rifugiandosi in quella zona dove solo l'intuizione lo può guidare con sicurezza alla comprensione integrale del tao. Con il profondo concetto del "male del male" che è come un supremo mezzo di difesa contro il vero male, Lao Tsu allarga ancora la copia delle sue invenzioni nel campo dell'etica; egli coltiva con ciò una delle più riposte plaghe dell'anima nostra, uno degli aspetti più interessanti della psiche umana che veramente s'impone a noi con la sua forza non ancora del tutto esplorata: il presentimento.
...
.
...
72. L'AMORE PER SE STESSI.
...
Se la gente non teme il da temersi, la cosa più temibile gli arriva. Nessuno trovi angusta la sua casa, nessuno trovi angusta la sua vita. Mai non ci si disgusta, se mai non ci si vuole disgustare. Per questo l'uomo saggio sè stesso conosce ma di sè mai non fa mostra. Vuol bene a sè ma non di sè fa stima e perciò scarta quello e prende questo.
...
.
...
Commento.
...
Ai chi. Letteralmente: Amare se stessi. Altra forma del Non-fare la cautela guardinga invece della confidenzialità sconsiderata, che passa sopra, con facilità, a ciò che dovrebbe incutere una certa paura. Qui non si tratta solo del potere governativo davanti ai cittadini ma di tutte le minacce più o meno occulte di cui formicola la nostra esistenza. Stare un passo indietro è bene ed avere paura invece di toccarne, è meglio!: l'avventuriero che sorvola su tutte le paure si trova o prima o poi a faccia a faccia con la grande paura (ta wei).
.
Tutti coloro che dietro i richiami di un avvenire chimerico trovano misera la loro casa sdegnano la condizione in cui la sorte li ha fatti nascere e si buttano in braccio alla avventura fallace, sono i veri candidati all'incontro fatale. Il Saggio invece trova che tutto è bene: si può essere, per chi non badi all'apparenza, grandissimi anche in umile casa e in più umile condizione. La nostra ricchezza è dentro di noi e chi la cerca al difuori è uno smarrito. Se la ricchezza è di quelle vere avrà sempre lo stesso prezzo tanto se abita in un posto oppure in un altro; tanto se si mette in vetrina che se si tiene in cantina. Questo capitolo ha due momenti: primo: si scaglia contro l'inconsideratezza dell'ambizione, secondo: contro la ambizione stessa nel suo più cieco, ingiusto, disumano esibizionismo.
...
.
...
73. L'AZIONE CONFORME.
...
Chi è bravo in ardire viene ucciso. Chi è bravo in non ardire resta in vita. Dei due l'uno ha vantaggio e l'altro danno. Di quel che il cielo aborre, chi ne sa la ragione? Per questo l'uomo saggio lo ritiene difficile. La via del cielo è questa. Non combatte e sa vincere. Non parla e sa rispondere, non accenna e da sè tutto gli viene. Calmo è ma sa formare i suoi disegni. La rete del cielo è ben grande: ha larghe maglie e nulla mai le sfugge.
...
.
...
Commento.
...
Jen wei. Letteralmente: Conforme agire. Il capitolo traccia un confronto fra ciò che può essere azione umana e ciò che è azione celeste: la prima è difettosa, la seconda infallibile. Il Saggio deve astenersi dall'agire ch'egli ritiene arduo, anche per la ragione ch'egli vede la potenza celeste agire dietro fini e con modi a volte per lui imperscrutabili. L'abilità del Saggio non consiste, in contrasto a quella dei profani, in altro che nel sapere penetrare col suo acume quella scorza di staticità apparente del tao, dietro cui si nasconde il vero aspetto dell'Infinito.
...
.
...
74. DOMINARE LE PROPRIE ILLUSIONI.
...
Se della morte un popolo non teme, in che modo atterrirlo con la morte? Far che di morte egli abbia sempre orrore e se qualcuno adopra eccessi strani io lo possa afferrare e dargli morte. Chi mai così oserà? C'è il magistrato addetto per la morte, chi si fa autor di morte in vece sua è come chi pel fabbro alza l'accetta. Or chi invece del fabbro alza l'accetta, raro è che non ferisca le sue mani.
...
.
...
Commento.
...
Chih huo. Letteralmente: Dominare le illusioni. Lao Tsu si rivolge qui all'angusta crudeltà dei legisti di professione i quali credono che si possa tirar tutto dall'uomo con la minaccia della pena di morte: essi non pensano invece che con le coercizioni sfrenate si può rendere all'uomo più terribile la vita della morte che a volte vi cerca spontaneamente un rifugio. Il Re non creda che lo spavento d'esser giustiziato renda cedevole l'uomo il quale quando è proprio alle strette si ribella senza pensare al gastigo, ma si cerchi invece di ammansirlo col buon trattamento.
.
La violenza è un procedere barbaro che può avere effetti sporadici ma che finisce quasi sempre col soccombere sotto la mole della indignazione universale. L'uomo è un animale ragionevole perciò solo con la ragione si governa. Il monito di Lao Tsu, suggeritogli in parte dal tempo in cui viveva, si estende al Re di ogni tempo che senta l'uzzolo, per eccesso di potere, di convertirsi in tiranno, scavalcando ogni legge. Il Re deve, invece, far sì che il popolo abbia prospera vita, solo allora si potrà impaurirlo con la minaccia di fargliela perdere. Il capitolo è una requisitoria sobria ma energica contro la pena di morte, come incapace a tenere in freno gli uomini.
...
.
...
75. IL DANNO DELLA CUPIDIGIA.
...
Il popolo soffre la fame perchè chi regna mangia troppe tasse, per ciò soffre la fame. Il popolo è difficile a guidarsi perchè colui che regna ama strafare e per questo è difficile a guidarsi. Il popolo non dà peso alla morte perchè ama l'eccesso della vita e per questo non dà peso alla morte. Ora chi per la vita non fa nulla è più saggio di chi stima la vita.
...
.
...
Commento.
...
T'an sun. Letteralmente: Perdita delle cupidigia. Qui la fame del popolo è considerata come il prodotto diretto dello strafare del Principe: il popolo non dovrebbe patire mai la fame perchè produce sempre: se non c'è carestia perchè soffre la fame? perchè il Re non uniformandosi al Tao non pratica il Non-fare. Questa è la ragione per cui un popolo ha sempre diffalta anche in tempo di floride raccolte: la cloaca senza fondo ove il Principe non saggio profonde il sudore del popolo, col torchio della tassa e del balzello, sono soprattutto la guerra da lui voluta per libidine di conquista, e la sua dissolutezza.
.
Già altra volta Lao Tsu ha ammonito contro l'eccesso della vita che conduce alla morte (guerre, avventure, ardimenti): tanto più gode la vita chi meno la desidera: e più facilmente incontra la morte colui che più passionatamente ama la vita. L'eccesso della vita si punisce da se stesso appunto perchè la vita, emanazione del tao, ha in sè le sue leggi tanto fisiche che morali alle quali è prescritto un suo ritmo d'equilibrio dall'alto: eccesso è dunque rottura di questo equilibrato ritmo e quindi sventura certa.
...
.
...
76. AVVERTIMENTO CONTRO LA DUREZZA.
...
L'uomo appena egli è nato è molle e fragile ma in morte egli si fa rigido e forte. Erbe ed arbusti nascon molli e teneri ma in morte essi si fanno aridi e secchi. Per questo il duro e il forte son seguaci della morte. La mollezza e la fragilità son seguaci della vita, perciò quando un esercito è potente non riporta vittoria. Quando un albero è forte è condannato. Il forte ed il gagliardo stanno sotto ed il debole e il molle stanno sopra.
...
.
...
Commento.
...
Chieh ch'iang. Letteralmente: Guardarsi dalla forza. È celebrato il trionfo del debole sul forte: anche questa asserzione non è in Lao Tsu basata sopra il sentimento cristiano degli ultimi che saranno i primi ma sopra un'attenta osservazione della vita reale. Il simbolo più espressivo che Lao Tsu abbia saputo trovare per questa sua verità, è l'acqua; qui aggiunge altri paragoni, come il neonato e l'arbusto; capovolge i valori di vita e di morte: la vita è per Lao Tsu in tutto ciò che è cedevole e la morte in tutto ciò che è resistente. Estendendo il paradosso alla condotta dell'uomo nella vita sociale, il Maestro acutamente osserva che esser forte, sano, integro attira l'attenzione e la condanna, mentre che il debole e l'inutile vien messo con pace da banda.
.
Una verità accettabile per noi è solo nel trapasso dal campo del paradosso puro a quello della praticità sociale. L'ambizione è dunque un'autoimmolazione davanti all'ara della società che ammira spesso piuttosto una brutta morte che una bella vita: guai a chi si fa schiavo della opinione di questa: guai al martire consapevole dell'inconsapevole opinione pubblica! L'ambire ad esser forti nel mondo è ambire o prima o poi al guadagno della propria rovina. Ad ogni modo non si deve prendere alla lettera il monito di Lao Tsu per esempio che nel governo si debba esser deboli, ma che piuttosto il Re debba far prevalere in sè l'agil senso della ragione piuttosto che l'impeto rude della passione.
...
.
...
77. LA NORMA CELESTE.
...
La maniera del cielo: com'è simile all'arciere! Quel che è alto egli l'abbassa, quel che è basso egli l'innalza, quello che v'è di troppo ei lo riduce, e quel che c'è di meno ei lo completa. La maniera del cielo è di ridurre quel che sovrabbonda e d'allargare quello che scarseggia. La maniera dell'uomo però non è così: toglie a quello che scarseggia per farne offerta a chi ne sovrabbonda. Chi potrà del di più far dono al mondo? Soltanto quello che possiede il Tao. Per questo l'uomo saggio opera e non presume, meriti acquista ma non vi permane, nè vuol che appaia la saggezza sua.
...
.
...
Commento.
...
Tt'ien tao. Letteralmente: La via del cielo. Come il Tao nutre di sè imparzialmente tutte le cose, nello stesso modo deve il Regnante esser presente a tutti i suoi sudditi con la sua provvida influenza: deve imitare il Tao in questo adeguamento comunistico naturale; non togliere a chi non ha per dare a chi ha già; ma esercitare appunto come fa il Tao nella sua trascendenza, un'azione conciliatrice. È da notarsi che per raggiungere questa giusta eguaglianza, sola protettrice del potere di uno Stato, Lao Tsu non si rivolge, come fa Cristo, al sentimento del cuore ma all'esercizio della ragione: qui la conoscenza è messa al disopra della pietà. Qui l'uomo illuminato che rinuncia al suo per farne offerta agli altri non è uno che si attenda un premio nell'inesplorato al di là, ma uno che prende a modello la norma celeste e agisce in maniera conforme e trova in questa concordanza il suo premio migliore.
...
.
...
78. AFFIDARSI ALLA FEDE.
...
Nel mondo in docilezza e in debolezza, nessuna cosa non sorpassa l'acqua. Eppure in attaccare il duro e il forte, nessuna cosa c'è che la sovranzi, niuna cosa la può sostituire. Quello ch'è frale vince quel ch'è forte, quello ch'è molle vince quel ch'è duro, nel mondo niuno c'è che non lo sappia  ma niuno mai non se ne fa seguace. Per questo il santo dice: chi prende su di sè l'onte di un regno è il signore che sacrifica agli spiriti terrestri.
Chi prende su di sè le sventure d'un regno, ei diviene il sovrano dell'impero. Vere parole sembrano non vere.
...
.
...
Commento.
...
Jen hsin. Letteralmente: Affidarsi alla fede. Esaltazione della passività: secondare le cose per dominarle. Lode della flessibilità politica, scarsa di pregiudizi: elogio della elasticità dorsale del Governante. Lao Tsu è il precursore del "gutta cavat lapidem" ci porge questo esempio; vuole che si segua. C'è incluso il monito di non lasciarsi obnubilare mai dalle apparenze ma di restare in tutti i modi fedele alla verità, anche contro corrente.
...
.
...
79. L'OSSERVANZA DEL PATTO.
...
Pur quando hai già composto un gran litigio, resta sempre materia a litigare. Che fare perchè tutto torni bene? Per questo l'uomo saggio osserva il patto e non preme su gli altri. Il virtuoso bada ai propri impegni, mentre il perverso bada all'esigenza. La via del ciel non guarda alle persone ma si dispensa sempre al più valente.
...
.
...
Commento.
...
Jen ch'i. Letteralmente: mantenere i patti. L'essenziale è che l'uomo non abbia mai occasione di leticare: il litigio lascia sempre qualcosa dietro di sè. La persona onesta e saggia, appunto per questa sua virtù, non è mai aggressiva e quindi per parte sua non dà luogo a litigi, cercati invece dall'attaccabrighe nato che ha speranza con questo suo sistema di confusione, di usurpare in qualche modo il campo altrui. Qui si allude ai possibili urti fra principe e principe: si accenna anche alla maniera affabile onde chi è attaccato deve difendersi davanti al suo contraddittore. Si deve sconfiggere l'arrogante con l'arrendevolezza. Il buon Re deve sapere inoltre che i perversi si vincono e si governano anche con quella stessa indifferenza, onde la norma celeste governa tutte le cose che sono sue creature. Il virtuoso avendo in sè il Tao vince sempre su quello che di questo Tao non ha avuto mai notizia.
...
.
...
80. INDIPENDENZA.
...
In piccol regno con non molta gente, far sì che se vi sia qualche capace, non trovi impiego alcuno. Far sì che la gente prendendo sul serio la morte
non s'allontani per andare in giro, e sebbene vi sien carri e navigli, che nessuno vi possa mai salire, e sebbene vi sian corazze e spade, che nessuno giammai le metta in vista. Che il popolo ritorni nuovamente ad annodar le corde e se ne serva. Troverà buoni i suoi cibi, splendide le sue vesti, tranquilla la sua stanza, gaudioso il suo costume. E se due stati son tra lor vicini da udire l'un dell'altro i cani e i polli, che la gente venendo vecchia a morte, non abbia avuto mai tra sè rapporti.
...
.
...
Commento.
...
Tu li. Letteralmente: Solo stare. Qui ci è offerto un grazioso quadretto di ciò che sarebbe la società Taoista se mettesse rigorosamente in pratica le regole del Maestro. Tutto il bene si basa sopra la felice innocenza della gente: questa deve tornare come ai tempi dell'età dell'oro; semplice, apatica e contenta; far guerra solo quando sia il caso di difendersi e non nutrire ambizioni di conquista. Il popolo che ha da mangiare è sempre quello migliore: le piccole occupazioni casalinghe non intaccano il suo Non-fare anzi gli servono di svago e di esercizio; indisturbato dai pacifici vicini che non si prendono nemmeno l'incomodo d'impararsi a conoscere l'un l'altro. Ideale troppo idealistico che riaffiora nell'età moderna con il Rousseau e seguaci, impossibile pur troppo ad attuarsi, avendo ormai la vita assunto forme di complessità ove questa respira come nel suo novo elemento. In questo Capitolo il paradossismo di Lao Tsu raggiunge una delle sue più stridenti espressioni.
...
.
...
81. L'IGNUDA NATURA.
...
Le veraci parole non son belle, e le belle parole non son vere. Il buono non è eloquente, l'eloquente non è buono. Il saggio non è dotto ed il dotto non è saggio. Il santo non accumula tesoro: più s'adopra per gli altri e più per sè possiede. Più agli altri egli dona e più ch'egli ha per sè.
La regola celeste benefica e non noce. La regola del santo opera e non combatte.
...
.
...
Commento.
...
Hsien chih. Letteralmente: Fare apparire l'essenziale. È una specie di epilogo dell'intero libro. Lao Tsu afferma di avere esposto senza ambagi e in schiette parole il suo concetto. Il lavoro immenso è stato dentro di lui: ora, invece, ad esprimersi adopra piani motti, schivando i due grandi scogli di uno scrittore: la tronfia pomposità dell'eloquio da una parte e dall'altra la povertà scheletrica del volgare. La conclusione poi che corona l'opera sua è in tutto degna del suo pensiero: in un ultimo sprazzo di luce è predicato il disinteresse come il mezzo più certo alla santità. Nei due capo verso finali la suprema perfezione del santo taoista è pienamente equiparata alla sovrana onnipotenza del Tao: immedesimamento sublime che pare preludere all'avvento dell'uomo-dio sulla terra.
...
.
...
FINE.